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Il Quaderno n. 127
Roma, martedì 10/07/07 |

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Gli argomenti del giorno
- Conti/L’Europa sfiducia Prodi 2
- Conti/Da un anno l’Europa sfiducia Prodi 4
- Pensioni/Scalone, scalini, quote. E’ il caos 11
- Noi/Perché rallentare adesso è un errore 15
- Noi/Perché il referendum non è prioritario 17
- Loro/Veltroni cuor di coniglio 19
- Loro/Parisi cuor di leone 22
- Noi & Loro/Tasse: chi le alza, chi le abbassa 24
- Repubblica.it
/Elezioni, documentati i brogli nei voti degli italiani all’estero al Senato 26
- Il Riformista
/La maggioranza politica non c’è più 28
(1)
Conti/L’Europa sfiducia Prodi
Padoa Schioppa ha incontrato Almunia, ma "il giudizio del commissario Ue sul Dpef – informa un’agenzia di stampa- non è cambiato". Non poteva essere diversamente. Il rigido economista tutto d’un pezzo, che fino a ieri godeva del rispetto e della fiducia di Bruxelles e degli organismi internazionali, si è spezzato. Accogliendo il beffardo invito di Epifani a "mettere da parte la calcolatrice", ha prima deciso di impegnare nella spesa 6,5 miliardi di euro, anziché i 2,5 sui quali aveva attestato la sua linea di resistenza; poi ha varato un Dpef di spesa e "di fine legislatura", rimandando interamente l’obiettivo di pareggio di bilancio al 2009 e 2010, scomoda eredità per il governo prossimo venturo, che non sarà certo il "governo Prodi".
Aggiungiamo la mina vagante della previdenza, dove risulta incomprensibile a tutto il mondo perché mai soltanto in Italia sia messo in discussione l’innalzamento dell’età pensionabile. Al povero Almunia non è rimasto che raccomandare una riforma a costo zero, che recuperi fondi all’interno della stessa finanza previdenziale.
Non c’è da stupirsi del disappunto di Bruxelles. Se il governo italiano pensava di trovare una sponda nella Francia di Sarkozy, ha fatto male i conti. Parigi ha giocato da sola e ha già portato a casa i risultati. Non si tratta solo del fatto che l’Italia, a differenza della Francia, ha il debito pubblico più alto d’Europa. Quel che conta è che Sarkozy ha delineato un percorso di riforme con tempi e risparmi ben definiti, per poi imboccare la strada della riduzione delle imposte, con l’impegno a destinare tutte le entrate supplementari alla riduzione del deficit.
L’esatto contrario del nostro governo, proiettato verso una politica di spesa, con 21 miliardi senza una copertura chiara e definita. La spesa pubblica è fuori controllo e la parola "tagli", senza precise indicazioni, non rassicura nessuno. Padoa Schioppa ha detto ieri che i sentimenti che l’Europa nutre nei nostri confronti sono di "comprensione e preoccupazione". La "preoccupazione" si capisce, la "comprensione" certifica soltanto l’avvilente alone di sfiducia che circonda l’Italia oggi in Europa, per via di un governo che si mostra fragile, incapace di prendere decisioni, ricattato dalla sinistra più estrema, in grado soltanto di offrire il degradante spettacolo di baruffe strapaesane tra ministri, partiti e partitini.
(2)
Conti/Da un anno l’Europa sfiducia Prodi
Da un anno il governo Prodi è nel mirino dell’Unione Europea; dal primo giorno non sono mancate le critiche, anche dure.
Eccone un elenco sommario.
30 agosto 2006 - La decisione del governo italiano di ridurre da 35 a 30 miliardi di euro l'entità della manovra per il 2007 non piace, ed è anzi motivo di "profonda preoccupazione" per le autorità europee. Ha detto il commissario per gli affari economici e sociali Joaquin Almunia: "Rimettere in ordine le finanze pubbliche non si esaurisce con la correzione del deficit sotto il 3% del Pil, soprattutto quando il debito pubblico è al di sopra del 100% e i tassi di interesse stanno salendo. Proseguire sulla strada del rigore e delle riforme è essenziale per consolidare le condizioni necessarie per una crescita dinamica e durevole".
Lo stesso giorno, l’agenzia Fitch giudica "poco incoraggiante" l'annuncio del governo e rafforza il suo giudizio critico: "L'Italia resta sotto osservazione, con implicazioni negative".
31 agosto 2006 - Interviene la Bce: Ridimensionare gli interventi di correzione del disavanzo pubblico solo perché c'è una ripresa in atto viene considerato "un controsenso" dal punto di vista della logica economica, e "un pessimo segnale" dal punto di vista della strategia politica.
22 ottobre 2006 - Almunia, dopo un incontro con Prodi e Padoa-Schioppa: "La stagnazione italiana dello scorso anno è stata superata. Ma i passi di crescita dell'economia italiana sono al di sotto della media europea. Questo dipende da fattori strutturali che minano la crescita dell'economia. L'Italia ha bisogno di una solida finanza pubblica e riforme strutturali".
Aggiunge sui conti pubblici italiani: "Ho motivi di preoccupazione seria, ma le informazioni che ho ricevuto oggi mi portano a ritenere che l'Italia sia sulla buona strada per questa situazione".
23 novembre 2006 - "Ci sono paesi che di anno in anno hanno perso competitività e, tra questi, l'Italia, che comincia a recuperare solo ora". Così il commissario europeo agli affari economici Joaquin Almunia, che ieri ha presentato il rapporto sull'economia europea 2006. Dalle tabelle della Commissione, infatti, risulta che l'Italia ha avuto una crescita tra le più basse e un’inflazione tra le più alte della zona euro. E che, soprattutto, non ha attuato politiche fiscali in grado di promuovere la sviluppo.
24 maggio 2007 - Ocse, Rapporto semestrale sull’economia globale: In un solo anno l'Italia è riuscita mettere a segno il risanamento dei suoi conti pubblici, ma al prezzo di "un aumento di 2 punti rispetto al Pil" della pressione fiscale, che se dovesse mantenersi su questi livelli potrebbe ingenerare "serie ripercussioni per la crescita nel medio termine". L’Ocse infatti ritiene che "una volta messo sotto controllo il deficit, bisognerebbe trovare spazi per la riduzione delle tasse".
31 maggio 2007 - Joaquin Almunia, invita il Governo Prodi ad attuare con urgenza la riforma delle pensioni conservando l'effetto positivo sui conti pubblici. Anche perchè, insieme alla Germania, il nostro Paese sarà il primo in Europa dove si produrranno gli effetti negativi dell'invecchiamento della popolazione, con un considerevole aumento della spesa nel giro di un paio di anni.
Almunia non fa sconti nemmeno sul 'tesoretto': chi non usa l'intero extragettito per consolidare il risanamento – ribadisce con forza - rischia seriamente di ripetere gli errori del passato.
Almunia non lo dice esplicitamente, ma a Bruxelles si guarda con ansia al ritardo con cui procede il negoziato sulla previdenza. A preoccupare è innanzitutto la sensazione che il Governo non abbia ancora una linea unitaria sul da farsi, a partire dalla sorte del cosiddetto 'scalone' e della revisione dei coefficienti di trasformazione. Il rischio, per la Commissione, è che nella maggioranza e nella discussione coi sindacati prevalga un orientamento che non garantisca i risparmi sperati. Mentre per Bruxelles la linea deve essere una sola: attuare pienamente le riforme fatte, senza annacquarle.
13 giugno 2007 - Rispondendo ad una domanda sul tesoretto italiano, il Commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia dichiara: "Bisogna fare attenzione e non considerare strutturali delle entrate che forse il prossimo anno potrebbero non esserci più.
29 giugno 2007 - Il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia esprime "profonda preoccupazione" anticipando la bocciatura del Dpef contenuta nel "Rapporto trimestrale sull’economia dell’eurozona", secondo il quale "nel contesto del nuovo documento di programmazione economica a medio termine del governo è emerso un quadro meno favorevole per lo sviluppo dei conti pubblici". Secondo Almunia, il Dpef "non è in linea con gli orientamenti dell'Eurogruppo del 20 aprile scorso" in quanto "rallenterà la riduzione del livello di debito pubblico".
Secondo l’agenzia S&P, il rinvio di parte del risanamento - obiettivo deficit-Pil 2007 al 2,5% contro il 2,3% indicato a marzo - sottolinea "la fragilità della coalizione di governo". Per l’agenzia "sembrano aver prevalso le richieste di politiche più espansive", e se questa situazione dovesse replicarsi nelle trattative sul sistema pensionistico "sarebbe un grave passo indietro per la stabilità di lungo termine delle finanze pubbliche".
3 luglio 2007 - Severo monito del Fondo monetario internazionale (Fmi). Lo sforzo di risanamento previsto nel nuovo Dpef "non ottiene ciò di cui l’Italia ha bisogno malgrado alcune riforme del processo di bilancio che sono gradite, la posizione assunta non è in linea con i consigli del board del Fondo Monetario Internazionale".
"Il Fondo - spiega la sua portavoce Olga Stankova - ha a lungo raccomandato di anticipare il risanamento del bilancio, incluso il raggiungimento del pareggio di bilancio entro il 2010", nonché "di impiegare l’extragettito fiscale per la riduzione del deficit pubblico". Ma "nonostante un punto di partenza favorevole e una storia di fallimenti nel raggiungere gli obiettivi a medio termine, il nuovo Dpef non registra un miglioramento rispetto ai precedenti, ora chiaramente non ambiziosi, obiettivi di deficit per il periodo 2008-2011". Non solo: per l’Fmi "la decisione di varare spese aggiuntive quest’anno, a fronte di uno scenario di revisioni al rialzo nelle previsioni di spesa di marzo, costituisce un passo indietro".
Sul debito pubblico, Almunia, in conferenza stampa: "L’andamento della curva del debito pubblico in Italia è un andamento positivo solo abbozzato. Dunque questa tendenza va rafforzata".
6 luglio 2007 - L’Ocse afferma che l'Italia è la grande esclusa dall'espansione economica che proseguirà per gli altri grandi dell'economia mondiale. La variazione semestrale dell'economia italiana, spiega l'Ocse, presenta un trend al ribasso da giugno 2006, quando l'indicatore si era attestato a 95,8.
10 luglio 2007 - Per il ministro delle Finanze belga Didier Reynders, "le cifre che ci ha esposto Tommaso Padoa-Schioppa non mostrano un forte miglioramento per il 2008". A margine della riunione dell’Ecofin, dopo che ieri sera Padoa-Schioppa ha esposto nel corso della riunione dell’eurogruppo la situazione dell’Italia e le misure contenute nel Dpef, Reynders ha sottolineato: "Dovremo sorvegliare la situazione da vicino". Reynders ha aggiunto: "Restiamo convinti che tutto l’extragettito debba andare a riduzione del debito perché l’Italia oltre ad un altro debito ha anche il problema delle pensioni".
Undici anni fa… - I dubbi dell’Europa su Prodi risalgono molto indietro nel tempo. A quel vertice di Siviglia del 1996 quando proprio Romano Prodi provò a concordare insieme alla Spagna la proroga di un anno per l'ingresso dell'Italia nell'unione monetaria. Aznar gli rispose un no secco.
(3)
Pensioni/Scalone, scalini, quote. E’ il caos
Si diffonde ormai in tutti i settori dell’Unione una netta sensazione di pericolo: sullo scalone il governo di Romano Prodi può scivolare e stramazzare. Per la sua gracile e schizofrenica costituzione, l’esecutivo non può affrontare percorsi difficili, specie in salita, deve procedere con la prudente tecnica del gambero, avanti sì, ma anche e soprattutto indietro, rinculare di notte dopo aver fatto, di giorno, un ridicolo passettino.
Lo scalone è duro da affrontare. La norma che, dal primo gennaio 2008, porta da 57 a 60 anni l’età minima per la pensione di anzianità ( con 35 anni di contributi) è stata inserita nella riforma voluta dal centrodestra nel 2005 col preciso intento di salvare l’equilibrio finanziario del nostro sistema pensionistico. In un Paese che invecchia, nel quale per fortuna si vive sempre più a lungo non era possibile non innalzare l’età pensionabile, per evitare che nel giro di qualche lustro un’esigua platea di lavoratori attivi dovesse mantenere legioni di pensionati longevi. E che sulla fiscalità generale si scaricasse un insostenibile onere crescente. D’altra parte, tutti i Paesi avanzati negli ultimi anni hanno innalzato l’età pensionabile. La demografia, la storia e la scienza delle finanze hanno imposto lo scalone e le autorità europee hanno apprezzato la prova di responsabilità e di lungimiranza del governo Berlusconi, la cui riforma della previdenza porterà benefici crescenti, di anno in anno, e nel 2011, a regime, determinerà un risparmio di 9 miliardi di euro, consentendo di garantire un vitalizio ai giovani di oggi.
Ma l’Unione sembra irrimediabilmente alle ragioni della storia, dell’economia e della vera solidarietà fra le generazioni. Per puro livore fazioso, e per dare un segno di disponibilità alla sinistra radicale - traghettata nel presente direttamente dal fallimentare passato comunista – l’Unione ha inserito nel suo programma l’abolizione dello scalone.
Oggi Comunisti, Verdi e Sd chiedono a Prodi di mantenere l’impegno programmatico, ma una parte della maggioranza è contraria a cancellare la riforma Maroni. Ministri e dirigenti che si definiscono riformisti hanno scoperto che l’abolizione dello scalone sarebbe insostenibile per i conti pubblici e che, in un certo senso, avevano scherzato quando avevano scritto il libro dei sogni di 283 pagine. Di qui la rissa continua, le minacce contrapposte di aprire una crisi che, a furia di essere evocata, diventa terribilmente vicina.
Va riconosciuto, tuttavia, che i leader dell’Unione hanno un certo talento imbonitorio coi giochi di parole. Se lo scalone non si può superare con un balzo, se ne può tuttavia addolcire la pendenza con una serie di scalini. Innalzare, cioè, l’età pensionabile gradualmente: prima 58 anni, poi 59, poi 60.
Ma questa soluzione trova contraria la sinistra radicale, la quale scavalca il sindacato, che sarebbe pure disposto a un’ascensione soft con gli scalini. Il governo naturalmente continua a farsi (e a farci) del male dividendosi anche sugli scalini. Ministri e dirigenti dell’Unione stanno su scalini diversi: c’è chi preferisce il 58, chi il 59, chi si spinge addirittura a 60. Ma nessuno dice che, comunque, se si cerca di aggirare lo scalone ci sono dei costi salatissimi, insostenibili. Perché fare slittare un congruo aumento dell’età pensionabile fino al 2012 significa aprire una voragine nella finanza pubblica.
Gira e rigira si torna sempre al nodo: chi paga? L’Italia deve essere condannata al dissesto finanziario e alla pressione fiscale crescente? Il governo non dà risposte a queste domande, dall’Unione s’alza un vocio confuso, l’incomprensibile cicaleccio di una Babele politica.
La situazione appare senza uscita, ma i forgiatori di neologismi sono sempre attivissimi. Ecco che, dopo lo scalone e gli scalini, arrivano le "quote". La quota dovrebbe essere la somma dell’età anagrafica e degli anni di contribuzione: se, ad esempio, si scegliesse di fissare quota 95, un lavoratore per andare in pensione dovrebbe avere 60 anni d’età e 35 di contributi, oppure 59 anni di età e 36 di versamenti, oppure 58 più 37 di contributi. Ma su quale quota bisogna attestarsi? A 95, 96, 97? Anche su questo la disunione è totale nella maggioranza, senza contare che c’è chi propone di abbinare il sistema degli scalini a quello delle quote. Sembra di essere tornati al 1926 e alle mormorazioni sulla "quota 90". Un’altra prova dell’intrinseca vecchiezza del centrosinistra, incapace di sganciarsi da visioni e soluzioni del secolo scorso.
(4)
Noi/Perché rallentare adesso è un errore
Se un errore fatale ci può essere, è quello di fermarci, di tacere, di illudersi che campando di rendita la svolta prima o poi arrivi e Prodi torni a casa, mentre noi di Forza Italia ci godiamo lo spettacolo dalla riva del fiume. Da troppo tempo assistiamo all’inarrestabile declino di questo governo. E’ come se ci fossimo ammalati di speranza. Che in politica, soprattutto in politica, conta meno di zero.
E’ vero: Veltroni è l’ultima spiaggia della sinistra che litiga, ma c’è. Balbetta, dice e non dice, talvolta si contraddice, ma parla. E non importa se le primarie stanno ritornando una farsa organizzata a tavolino, dove uno solo corre e segna, perché il nostro rischio è che possa vincere!
Forza Italia, con l’eccezione del leader, che anche giovedì a Napoli offrirà una novità di rilievo, da troppi giorni sembra assente, muta, improvvisamente taciturna e quasi remissiva, come se il teatro della crisi italiana non la riguardasse più di tanto, e come se l’estate avesse prosciugato ogni capacità polemica.
Altro che giocare all’attacco: non sembriamo avere una strategia chiara, o peggio, non sappiamo spiegarla; siamo carenti di una idea guida, un progetto forte che coniughi il consenso popolare con un piano operativo per tornare alla guida del Paese.
Diamo l’impressione a volte di gradire la melina, mentre il cronometro scorre, e se anche l’avversario è sommerso dai fischi del pubblico di casa, il tabellone segna ancora il nostro svantaggio.
Rinviamo e lasciamo gli italiani andare in vacanza e consoliamo quelli che non possono andarci, promettendo di riparlarne a settembre? Ci possiamo consolare, perché Sarkozy copia Berlusconi e Tremonti, mettendo la ripresa economica prima dei vincoli di Maastricht? Abbassiamo la guardia, perché Violante scopre che i segreti di Pollari possono far male alla sinistra e immediatamente i giornali amici trovano superate le commissioni d’inchiesta?
No, tutte queste miserabili conferme della crisi politica sono note al popolo, che ci chiede oggi più che mai una cosa: battere un colpo.
(5)
Noi/Perché il referendum non è prioritario
La discussione politica assume sempre di più tinte surreali e paradossali.
Ieri infatti Veltroni ha incontrato i promotori del referendum ed ha solennemente dichiarato che sosterrà le ragioni del referendum ma non lo firmerà.
A stretto giro di posta è giunta la replica stizzita di Arturo Parisi, il quale aveva rilasciato una intervista in cui invitava Veltroni a spingere per il referendum a difesa di un assetto bipolare attraverso una legge di tipo maggioritario.
La risposta di Veltroni non si è fatta attendere. Il sindaco di Roma ha ricordato di non aver voluto mettere in ulteriore difficoltà Prodi e il suo governo.
Ma perché allora Parisi, fidato collaboratore di Prodi, si lancia a sostenere un referendum che, secondo tutti gli osservatori, potrebbe scatenare una crisi di governo? Forse che Prodi intende favorire e anticipare lui stesso una crisi di governo, per poter avere ancora qualche carta da giocare?
Mistero della politica italiana! Nel frattempo però la situazione del Paese rischia di aggravarsi ulteriormente e di tramutarsi in una crisi di sistema.
C’è da temere che l’assenza di una classe dirigente capace nei momenti di crisi più gravi di sapersi assumere delle responsabilità nei confronti del futuro dell’Italia, spinga ancora una volta a ricercare nel referendum una soluzione illusoria, autoassolutoria e vana.
Illusoria perché la legge elettorale che deriverebbe dall’approvazione del referendum necessiterebbe comunque di un nuovo passaggio parlamentare.
Autoassolutoria, perché la classe politica demanderebbe nuovamente al corpo elettorale la soluzione di problemi determinati dallo stesso mondo politico.
Vana, perché un nuovo referendum non risolverebbe i problemi di un nuovo assetto politico e istituzionale che richiedono necessariamente un accordo fra maggioranza e opposizione.
Il referendum è certamente una delle espressioni più alte della nostra democrazia, ma è altrettanto vero che una classe politica che si affida al referendum per l’incapacità di prendere decisioni condivise in Parlamento oppure con il malcelato obiettivo di suscitare promesse di cambiamento che poi vengono sistematicamente disattese, è una classe politica che contribuisce al declino del nostro Paese.
(6)
Loro/Veltroni cuor di coniglio
O prendono in giro i loro elettori, sconcertati e confusi, o chissà cosa pensavano di fare. Perchè sulle primarie per scegliere il futuro segretario del futuro Partito Democratico stiamo assistendo ad un balletto d’avanspettacolo. Per serietà potevano dirlo prima: Veltroni è il nostro segretario. Punto e basta. Invece si sono voluti immergere nelle acque purificatrici delle scelte democratiche, lasciando agli elettori la scelta del nuovo leader. Solo che i presunti candidati alternativi se la stanno dando a gambe. L’ultima vittima non è uno da seconda fila. E’ il ministro dello Sviluppo Economico, Pieluigi Bersani che ieri ha avuto letteralmente le gambe tagliate dai vertici del suo partito e, obtorto collo, ha dovuto arrendersi: non mi candido, sto con Walter. Decisione che ha irritato, e non poco, l’ultimo residuo di antiveltronismo, rappresentato dal ministro Parisi e dai prodiani doc, consapevoli che di questo passo altro che primarie, ad ottobre andrà in onda un programmatissimo plebiscito. Ed infatti, su questo unanimismo montante verso il sindaco di Roma i mugugni aumentano giorno per giorno. I più temerari, e per questo minoritari, temono davvero un appiattimento dei vertici dei due partiti fondatori verso un nome che a questo punto diventa l’unico.
Tra l’altro, l’irritazione dei prodiani si fa sempre più aspra dopo la sconcertante dichiarazione di Veltroni sul referendum per la nuova legge elettorale. "Sono favorevole alla raccolta di firme ed al referendum, ma non firmo per evitare contraccolpi al governo" ha detto il sindaco di Roma. Parole che hanno sorpreso e sconcertato Arturo Parisi, uno dei promotori, che non ha mancato di dedicare pesanti stoccate al diessino: "Siamo al vorrei ma non posso, questo è l’opposto di ciò che serve al paese, così Veltroni fa il candidato di tutti e di nessuno". Indubbiamente, la posizione di Veltroni getta ombre oscure sul suo immediato futuro, perché cozza fortemente con l’immagine di politico deciso che aveva voluto dare nel discorso d’investitura del Lingotto di qualche settimana fa. Una pesante caduta, e di immagine e di sostanza, che, a pochi giorni dal suo esordio come possibile futuro candidato premier, smaschera inesorabilmente le velleità veltroniane. Le motivazioni di questo "vorrei ma non posso" infatti si inseriscono perfettamente nella tradizione di questo governo e di questa maggioranza: non fare mai un passo per paura che gli alleati possano irrigidirsi e compromettere l’unità della coalizione. E’ stato e continua ad essere così per Prodi, comincia ad esserlo anche per il suo erede designato.
Veltroni, però, con questo esordio ambiguo e piratesco non si prende soltanto il rimbrotto dei referendari, ma anche le critiche, non tanto leggere, dei giornali amici che tanto nei giorni scorsi avevano incensato la "novità" della sua intronizzazione.
Le sabbie mobili del centrosinistra evidentemente hanno impantanato anche il sindaco di Roma. E’ bastato un passo, il primo, e Walter è sprofondato giù. Dove, unica consolazione, gode di ottima compagnia.
(7)
Loro/Parisi cuor di leone
Veltroni si è schierato in maniera molto democristiana per il referendum elettorale, scegliendo di dare l'appoggio esterno per non turbare la suscettibilità di chi farà parte del Partito Democratico e la pensa in modo diverso. Dunque: il sindaco di Roma ha garantito il suo sì se e quando si andrà a votare, ma i promotori ora non possono contare su di lui per raggiungere le firme necessarie all'iter referendario. Nelle stesse ore dell'outing di Veltroni, il ministro della Difesa Parisi lanciava, attraverso una conferenza stampa, una vera e propria mobilitazione generale per il successo del referendum, unico strumento ormai ritenuto valido per salvare il sistema bipolare dalle tentazioni neocentriste. Inevitabile l'innesco dell'ennesima miccia polemica all'interno della maggioranza, con Veltroni costretto a spiegare che la sua posizione è motivata dalla necessità di evitare "ogni possibile contraccolpo sulla maggioranza e sul governo, la cui sorte dovrebbe stare a cuore anche a coloro che, come il ministro Parisi, ne fanno parte", Ma l'entourage del ministro della Difesa ha subito replicato che siamo di fronte a una questione di priorità, e che la posta in gioco è strutturale, sistemica. In ballo questa volta c'è la sopravvivenza del sistema bipolare, che per gli ulivisti della prima ora si identifica con il concetto stesso di governabilità. E davanti a un obiettivo di questa portata si può affrontare anche il "rischio di qualche tensione politica". E dunque: la salvaguardia del bipolarismo conta più della sopravvivenza del governo Prodi, perché il problema non è durare una settimana in più o in meno, ma governare. Parisi è convinto che non c’è alternativa al referendum perché ritiene che la legge elettorale per via parlamentare non vedrà mai la luce. Al Senato maggioranza e opposizione si erano impegnate ad arrivare a un voto in commissione entro giugno, invece la montagna ha partorito il topolino di una bozza presentata da Bianco, che non è neanche un testo base, su cui peraltro c’è già un largo dissenso. Ma la polemica Parisi-Veltroni non si ferma al referendum elettorale: il ministro della Difesa non ha infatti lesinato critiche neanche al modo in cui è maturata la candidatura del sindaco di Roma alla guida del Pd, che prefigura un'elezione plebiscitaria e senza concorrenti. E ha chiosato la vicenda con una battuta al curaro: "Per ora - ha detto - Veltroni è l’unico candidato piuttosto che il candidato unico". Una frase che potrebbe indicare la volontà di scendere personalmente in campo alle primarie di ottobre.
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Noi & Loro/Tasse: chi le alza, chi le abbassa
- La politica fiscale è il simbolo vero e proprio delle differenze fra il governo di centrodestra e quello guidato da Prodi. Basta vedere i comportamenti concreti: noi in cinque anni non abbiamo chiesto un euro agli italiani, non abbiamo messo le mani nelle loro tasche nonostante l’economia attraversasse un periodo fra i più difficili del dopoguerra. Anzi, per la prima volta a memoria d’uomo, in Italia le tasse con Berlusconi al governo sono addirittura scese, sia pure di poco.
- Il primo atto della sinistra al governo, invece, è stato quello di un aumento brusco e generalizzato delle tasse per tutti, a partire dai più deboli. Ed è stata anche l’unica materia sulla quale si sono trovati tutti d’accordo, l’unico provvedimento significativo del governo Prodi.
- E’ un comportamento molto significativo: noi crediamo che le tasse siano un obbligo del cittadino a fronte dei servizi che lo Stato eroga, un male necessario per il bene della collettività. E’ giusto pagarle e farle pagare, ma non è giusto chiederne troppe. Altrimenti il senso di giustizia delle persone si ribella, finisce con il giustificare anche l’evasione fiscale. Per la sinistra invece le tasse sono un bene (Padoa Schioppa lo ha anche scritto) perché lo Stato è in grado di amministrare i soldi di tutti meglio di come ciascuno sa amministrare i propri. Solo lo Stato deve provvedere agli interessi e alle esigenze di persone. Noi crediamo nelle persone, loro no.
- I fatti ci danno ovviamente ragione. All’aumento delle tasse non corrispondono mai servizi migliori, corrispondono solo più spese e più burocrazia. Ed è penoso, o forse comico, lo spettacolo del Presidente del Consiglio e dei suoi ministri che si affannano a spiegare che grazie alle tasse che hanno fatto pagare ora finalmente i conti pubblici sono in ordine. Contemporaneamente, tutti gli organi internazionali, a cominciare dall’Unione Europea, dicono esattamente il contrario, non fanno che esprimere preoccupazione per lo stato sempre più grave dei conti pubblici italiani.
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Repubblica.it/Elezioni, documentati i brogli nei voti degli italiani all’estero al Senato
Agenzia di stampa Adnkronos del 10 luglio – h. 12,47
Schede per Camera e Senato delle elezioni politiche 2006 pre-compilate in blocco con voti all'Unione. Un gruppo di persone in un garage di Sydney segue le istruzioni ricevute e barra i simboli con le preferenze. Un video-denuncia apparso su 'Repubblica.it' rivela i brogli elettorali legati al voto all'estero in Australia secondo quanto riferito dal candidato al Senato dell'Udeur per l'estero, Paolo Rajo.
Il video, destinato a riaprire il dibattito sulle presunte irregolarità nelle elezioni dell'aprile scorso, si legge nel sito internet, ''è girato in una casa australiana ("di Sydney" dice la voce narrante Rajo), dove qualcuno, ripreso di spalle, ha davanti a sé su un tavolo un mucchio di schede elettorali, che compila in blocco, assegnando voti e indicando preferenze in massa per l'Unione al Senato (scheda viola) e, per errore, per Forza Italia alla Camera (scheda arancione)''. Le schede vengono poi richiuse e sistemate nelle buste originali del Consolato e sigillate e ''sono almeno un centinaio''.
''Il filmato l'ho fatto io stesso durante la campagna elettorale per le scorse elezioni politiche in cui io ero candidato al Senato nella lista Udeur di Mastella" spiega l'autore al quotidiano.
Elezioni/Bondi: il voto all’estero va annullato
"Le rivelazioni comparse sul sito de La Repubblica confermano che il voto all'estero è stato così chiaramente e inconfutabilmente caratterizzato da irregolarità e da veri e propri brogli da richiedere di essere annullato". Lo afferma in una nota il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi.
"Questo fatto - prosegue - conferma che l'esito delle elezioni dello scorso anno è da riconsiderare. Nessuno può governare il Paese con il dubbio fondato della legittimità delle elezioni. E` comunque necessario a questo punto, e non è più rinviabile, procedere a ricontare tutte le schede elettorali per fugare ogni possibile vizio d`origine sulla legittimità di questa legislatura".
(10)
Il Riformista/La maggioranza politica non c’è più
Da Il Riformista, titolo: La politica ridotta a misurare l’altezza degli scalini
di Emanuele Macaluso
Io non so se il presidente del Consiglio e i suoi due vice, i due presidenti delle Camere, che sono autorevoli esponenti dell’Unione, e tutti i leader dei partiti governativi (sono molti!) in questi giorni hanno preso coscienza che la maggioranza politica non c’è più. Il problema che è emerso in questi giorni non è più quello dei Turigliatto o della senatrice altoatesina che, nel momento in cui sono chiamati a votare, non si sa se mettono in minoranza il governo, come è avvenuto…
…La maggioranza non c’è perché su un tema essenziale che riguarda la politica di bilancio e la riforma del welfare (a spizzichi e bocconi) c’è una spaccatura tra chi si riconosce nel Pd, i pochi parlamentari della Rosa nel pugno da un lato e l’insieme di quel che si chiama "sinistra radicale" a cui ormai vengono associati i parlamentari della Sinistra democratica dall’altro. Non sottovaluto le sceneggiate di Di Pietro alla vigilia del voto sulla legge che ritocca la riforma Castelli sull’ordinamento giudiziario (un compromesso che nella sostanza raccoglie le posizioni dei magistrati), o quelle di Mastella sui Dico, ma la spaccatura di cui parlo ha un rilievo strategico per la coalizione. Il richiamo dei partiti dell’Unione al programma non ha senso perché si tratta di parole incollate l’una all’altra, senza un’elaborazione e senza progetti reali e condivisi…
…Quando dai costruttori del Pd da una parte e dalla sinistra radicale dall’altra si sentono parole di sufficienza e sprezzo verso le socialdemocrazie europee c’è da restare interdetti. Ancora una volta (errare è umano, perseverare no) la sinistra italiana esalta una sua specificità, una separatezza dal socialismo riformista europeo: "da destra" il Pd, "da sinistra" i massimalisti. Ma si tratta solo di impotenza e velleitarismo bel misurarsi con il governo delle società aperte. Oggi sembra che il Pd difenda i giovani senza un domani e i massimalisti gli anziani che debbono andare in pensione. Ma né l’uno né l’altro, e tantomeno insieme, cioè l’Unione, ha elaborato una linea, un progetto complessivo di riforme del welfare…
…Oggi l’alternativa è: o lo scalone o gli scalini. E Prodi ha l’ultima parola sull’altezza e sul numero degli scalini. Penoso...