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Formazione Politica



Quaderno n° 142

Martedì 31 luglio

Il Quaderno n. 142

 

Roma, martedì 31/07/07

 

Gli argomenti del giorno

 

1.Pd/Di democratico c’è solo il nome...................................... 2

2.Pd/E’ finita a torte in faccia ................................................. 4

3.Governo/La “banda dei quattro” protesta… ....................... 6

4.Governo /… e l’ultimo samurai li rimprovera....................... 9

5.Loro/I sondaggi bocciano il Pd............................................. 11

6.Loro/Resistere, resistere, resistere........................................ 13

7.Intercettazioni/Il vizietto della delegittimazione................... 16

8.Scandalo in Parlamento/Errore su errore.............................. 18

9.Scandalo in Parlamento/I falsi moralisti............................... 20

10.Dpef/Due sbagli della maggioranza...................................... 23

11.Infrastrutture/Forza Italia:non aiutiamo più il governo........................................................................ 26

 

 


(1)

Pd/Di democratico c’è solo il nome

Non sono bastati i tanti e autorevoli rimbrotti sul loro essere illiberali a frenare una ragion politica ben più importante di un’etichetta, perché Pannella è troppo radicale, laico, libertario per essere candidato alla segreteria del Partito Democratico. E così il politico dei volontari scioperi della fame questa volta viene costretto al digiuno: non può aspirare a diventare il segretario del Pd se prima non scioglie il Partito Radicale. Un pretesto perché basta poco per sapere che il difensore dell’eutanasia non staccherà mai la presa della sua “creatura”.

Ma la bocciatura di Pannella non è la sola. Vi si è aggiunta anche quella di Di Pietro che in piena segretezza e in un solo fine settimana ha raccolto le firme necessarie per presentarsi a Piazza SS. Apostoli e scoprire suo malgrado di essere “sgradito ospite”. Ancora più sgradito dopo le entusiasmanti dichiarazioni di supporter quali Beppe Grillo o Marco Travaglio che identificano nell’ex Pm il valore etico della politica. E nel momento in cui anche la sinistra subisce la gogna giudiziaria, un moralista diventa un ingombro insopportabile. Allora, anche per lui come per Pannella vale il pretesto dello scioglimento dell’Italia dei Valori: da mani pulite a mani libere.

Una motivazione che potrebbe apparire valida e responsabile se non nascondesse l’ennesimo inganno perché la richiesta “francescana” di arrivare al Pd spogli dei “propri averi” viene avanzata da autorevoli esponenti dei Ds e Dl, partiti che sono ancora in piena attività e che anzi intendono vivere ancora a lungo. Non c’è infatti nessuna intenzione di chiudere baracca e burattini se, per esempio, il tesoriere dei diesse difende strenuamente il patrimonio immobiliare del suo partito guardandosi bene dal condividerlo con i nuovi “inquilini”.

Insomma, ancora una volta il gioco di questi signori viene svelato: si vestono da democratici americani ma poi il voto, elemento base di una democrazia, devono governarlo loro. Non certo gli elettori.

 


(2)

Pd/E’ finita a torte in faccia

C’erano una volta i radicali, quella pattuglia libertaria e anticonformista che in anni difficili tanto fece per modernizzare l’Italia. Maestri nell’arte del referendum, grazie alla quale hanno vinto molte battaglie cruciali fino a quando non hanno depotenziato quello strumento inflazionandolo, i radicali hanno sempre avuto come cifra la lontananza dal potere e l’avversione al “regime”, chiunque ne fosse il detentore. E la coerenza li aveva sempre tenuti al riparo dalle contaminazioni partitocratiche.

Poi, alle ultime politiche, Pannella ha fatto la sua rivoluzione copernicana autoproclamandosi come “l’ultimo giapponese di Prodi” e compiendo così una svolta in totale dissonanza con la tradizione radicale: lui che aveva sempre lottato e urlato contro “il regime”, infatti, una volta che in Italia si è configurato davvero il pericolo di un regime, col centrosinistra padrone di Comuni, Province, Regioni, apparato burocratico e centrali finanziarie, si è messo supinamente al servizio del premier cattocomunista e della sua coalizione.

Così facendo, i radicali sono entrati inevitabilmente in una fase di marasma politico, perché non si può essere liberali e convivere con i comunisti, non si può essere filoamericani e stare con chi brucia le bandiere a stelle e strisce, non si può essere filoisraeliani e sedere accanto alla sinistra antisemita, non si può essere liberisti e stare in un governo che fa la controriforma delle pensioni. E così, quando Pannella ha cercato di lanciare una sfida “radicale” candidandosi alla guida del Partito Democratico, si è visto chiudere la porta in faccia: per correre contro Veltroni, avrebbe dovuto addirittura sciogliere il partito.

Ora il vecchio leader radicale lancia segnali di distacco e di disillusione: “Combatteremo fino a quando nello schieramento opposto non si manifesterà una minoranza laica e liberale, determinata, consapevole, intransigente e concreta”. Il tempo di fare le valigie, insomma, sembra essere sempre più vicino. La nascita rigida e verticistica del Pd, di cui l’affare Pannella rappresenta un esempio simbolicamente concreto, dovrebbe indurre a una attenta riflessione persone come Gianfranco Fini, che ha scommesso sulla democraticità del Partito Democratico e sulla sua capacità di rinnovare la politica italiana.


(3)

Governo/La “banda dei quattro” protesta…

Per sintetizzare la schizofrenia politica e l’irrimediabile disarmonia programmatica del governo di Romano Prodi, l’on. Paolo Bonaiuti nei giorni scorsi ha avuto una felice intuizione paragonando i quattro ministri della sinistra massimalista (Mussi, Ferrero, Pecoraro Scanio e Bianchi) alla “banda dei quattro” che nella Cina comunista durarono poco ma fecero tanti danni.

 

Un accostamento folgorante per segnalare i quattro ministri che, proprio come quei leader della Cina vicina/lontana, agitano minacciosamente le parole d’ordine della sinistra radicale e si collocano in una posizione “rivoluzionaria” perché contestano quel potere e quelle istituzioni di cui pure sono parte attiva. Una rivoluzione strumentale – e tutto sommato utile a chi la fa – perché l’agitazione e la confusione che l’accompagnano finiscono col rafforzare la posizione degli agitatori, i quali in realtà non mollano mai il potere, imponendo piuttosto al Paese uno stato di fibrillazione continua, grazie al quale l’asse politico finisce, per generale stanchezza, con l’assestarsi via via su posizioni estreme.

 

La definizione coglie un importante elemento di continuità ideologica e culturale fra una strategia politica ricorrente nel mondo comunista (la sinistra dura e pura purga sempre, almeno a parole, i pericolosi riformisti) e una sinistra radicale italiana in cui alcune componenti non hanno mai rifiutato il logo “comunista”.

 

Ma con quell’espressione l’on. Paolo Bonaiuti ha voluto anche sottolineare il marasma e l’incertezza che caratterizzavano la situazione istituzionale in Cina così come oggi caratterizzano l’indefinibile potere esercitato dal governo di Roma. Marasma e incertezza che non provocano, come nell’impero rosso, violenza e sangue, ma che risultano egualmente pericolose per l’Italia, privata di qualsiasi potere decisionale necessario per rispondere alle sfide poste dalla competizione globale.

 

Si comprende pertanto perché la definizione “banda dei quattro”, per i nostri protervi ministri ribelli, abbia avuto fortuna. Ormai la usano tutti i giornali, anche quelli vicini all’Unione e al suo precario governo.

 

Sul Corriere della Sera l’ha usata anche Claudio Magris, in un articolo-predica scritto con l’intento di esortare i ministri riottosi a trovare il senso della coesione con le forze alleate. Magris è un intellettuale il cui valore è offuscato dalla faziosità politica. Il governo Prodi deve durare, costi quel che costi, e allora i ministri della sinistra radicale facciano i bravi, non facciano “oggettivamente” (nel mondo comunista questo avverbio ha una valenza straordinaria) il gioco del centrodestra che incombe. Nel suo scritto pedagogico, Claudio Magris cita e richiama l’”etica della responsabilità” di Max Weber e conclude: se certi politici non sono capaci di agire con spirito di squadra, cambino mestiere.

 

Magris sinceramente voleva dare una mano al governo, ma illustrando le manchevolezze della “banda dei quattro” ne ha indicato i limiti e i difetti più gravi. A questo premier, a questi ministri manca innanzitutto l’“etica della responsabilità”.


(4)

Governo/… e l’ultimo samurai li rimprovera

“La banda dei quattro dell’estrema sinistra”: così l’on. Paolo Bonaiuti definisce i quattro ministri che, rappresentanti del Prc, Pdci, Sinistra Democratica e Verdi, minacciano Prodi di non accettare il pacchetto welfare. Qualcuno si è risentito ma il parallelo è calzante, perché se da un lato dà soddisfazione all’“orgoglio comunista” di Diliberto e C., dall’altro - come i fedelissimi di Mao Zedong - i “compagni” italiani dell’estrema sinistra, nella strenua difesa delle loro posizioni, non rinunciano alla loro – seppur anacronistica e pericolosa - rivoluzione culturale.

E non poteva esserci immagine più suggestiva se anche un intellettuale come Claudio Magris riprende la citazione per un suo articolo e se il Corriere della sera ne fa il titolo nella pagina della Cultura.

Da sinistra, lo scrittore triestino critica i ministri dissenzienti (Bianchi, Ferrero, Mussi e Pecoraro Scanio) e non riconosce loro neppure la coerenza, seppur discutibile, della famosa banda dei quattro cinesi. Perché, dice Magris, sono come “autori pronti a rinnegare i loro stessi libri”, mancano di quell’”etica della responsabilità” che deve portare alla rinuncia di alcuni propri obiettivi ideali per raggiungere l’obiettivo primario, vale a dire la saldezza del governo Prodi. Un governo da difendere a qualunque costo, secondo il saggista, proprio per evitare il ritorno di Berlusconi. E qui spiace che un uomo di cultura liberale come Magris si riduca a diventare l’ultimo samurai del professore e che anche lui cada nel tranello delle file serrate per impedire al Paese di esprimersi liberamente e democraticamente sulla scelta di chi deve governare. Rinunciando a vedere lo sfascio che Prodi, con la complicità degli “americani” e dei “cinesi” del suo governo, sta arrecando all’Italia, Trieste compresa.


(5)

Loro/I sondaggi bocciano il Pd

Sarà forse per la pletora di candidati che sono scesi in campo contro Veltroni; sarà forse perché anche gli elettori di sinistra capiscono che nella loro area, ai vertici, si sta combattendo una battaglia durissima per la leadership, cioè per il potere e i suoi privilegi, il tutto all’ombra delle intercettazioni.

E’ comunque un dato di fatto che il Partito democratico non decolla, come dimostra un sondaggio pubblicato oggi su Il Giornale.

Ds e Margherita, separati, assommano il 31,8% delle intenzioni di voto, ma il Partito democratico, da solo, raggiunge appena il 25,5%, ovvero una perdita secca di 6,3 punti percentuali.

Mentre gli elettori della Margherita sono disposti a trasferirsi in blocco, con pochissime defezioni, nel Partito democratico, sono i diesse a perdere sostegni: tra chi va con la Sinistra democratica e chi è indeciso ma comunque non disposto a votare per il Pd.

Si comprendono le ansie di Veltroni, ma d’altra parte il fatto che alla guida della nuova “cosa” possono aspirare anche personaggi così diversi come Rosy Bindi ed Enrico Letta, senza contare le candidature respinte di Pannella e Di Pietro, dimostra che il Pd è un partito-contenitore senza una vera identità.

Così potrebbero riemergere le rivendicazioni di chi avrebbe voluto candidature forti, come quelle di Fassino e di D’Alema.

Un partito così asfittico non potrebbe certo diventare il motore di un nuovo governo Veltroni al posto del governo Prodi. Anzi, sarebbe più dipendente da una sinistra più forte.

Saggiamente il primo cittadino di Roma ha già detto da subito che resterà sindaco fino al 2011. Questa sua prudenza è la misura dei dubbi che egli stesso nutre nei confronti del nuovo partito.

 


(6)

Loro/Resistere, resistere, resistere

Romano Prodi si sente ottimista. Dice che alla ripresa dell’attività politica dopo le ferie non ci saranno scossoni nel suo governo. “Sono fiducioso”. Beato lui! Perché gli scossoni che si annunciano, almeno a sentire qualcuno della sinistra, sono davvero forti. Il solco tra il Partito Democratico e il resto della coalizione è diventato ormai una voragine. La sinistra accusa pesantemente il nuovo partito di andare sempre di più verso una deriva neocentrista e minaccia barricate di piazza e imboscate parlamentari.

In questo clima infuocato, a nulla valgono i tentativi di Veltroni di riportare l’Unione (mai nome fu così nefasto…) ad una sorta di pacificazione politica ed evitare la costante instabilità. Ma l’instabilità e tutto il resto sono figli di un madornale equivoco, voluto, cercato ed assecondato per cinici motivi di potere. La coalizione che un anno fa si è presentata agli elettori con un nome impegnativo e con un programma di 300 pagine era un falso. Un falso voluto.

Ha ragione oggi Giordano sul Corriere a rivendicare il programma. Perché le cose che lui e gli altri partiti della sinistra chiedono, sul programma c’erano scritte davvero: l’abolizione dello scalone, la tutela dei pensionati, un welfare meno leggero. Solo che erano un trucco. Uno specchietto per le allodole per attirare quanti più consensi possibili a sinistra. Oggi quelle stesse cose vengono rinnegate da Prodi e Rutelli perché sono impossibili da realizzare. Il peccato originale sta tutto in questa inconciliabile diversità, spacciata per consonanza al momento di incassare il risultato delle urne.

La rabbia del segretario di Rifondazione ha qui le sue radici. “Noi non siamo i ricattatori ma i ricattati”, dice rispondendo all’intervista di ieri di Rutelli. Ed annuncia che la sinistra non voterà né la riforma delle pensioni, un ibrido che scontenta tutti, tranne Prodi e Bonanni, né tantomeno quella complessiva del welfare, sulla quale il ministro della Solidarietà Ferrero ha avuto parole di fuoco. I neocentristi del Pd però non sembrano preoccupati più di tanto. Hanno già pronta per la sinistra recalcitrante la ricetta per far sbollire gli ardori: il rischio che torni Berlusconi. Se fate cadere il governo consegnate l’Italia a Berlusconi.

Ma anche questo spauracchio sembra aver sempre meno peso nella lotta intestina del centrosinistra. E Giordano, forse davvero stanco dei ricatti del partito “moderno e riformista”, pare non curarsene più di tanto: “Non mi si può porre di fronte all’alternativa ‘o fate così o arriva Berlusconi’. Io mi ci sottraggo. Se la riforma delle pensioni e del welfare non vengono cambiate, noi in Parlamento voteremo contro”. Quanta credibilità agli occhi degli italiani e a quelli interessati della comunità internazionale ha questo governo? Si può gestire un Paese complesso come l’Italia con questo perenne senso di precarietà? Ed ancora, fino a quando la sfrontatezza e l’arroccamento dentro i palazzi del potere garantiranno la sopravvivenza ad uno dei peggiori esecutivi della storia repubblicana?

Non sarebbe molto più onesto, utile e ragionevole per i signori del centrosinistra alzare bandiera bianca e arrendersi all’evidenza? D’altronde, il governo sta morendo per implosione interna e non certo per fattori esterni. Ed è davvero goffo e patetico l’ennesimo tentativo di Prodi di minimizzare e invitare alla tranquillità. Se solo dessero la parola agli italiani capirebbero immediatamente di quanta stima godono nel Paese! Ma evidentemente la loro paura è proprio questa. Resistere, resistere, resistere! Parole, ahimè, già sentite.

(7)

Intercettazioni/Il vizietto della delegittimazione

Il tentativo ignobile di alcuni grandi quotidiani di ipotizzare uno scambio di favori tra maggioranza e opposizione sulle autorizzazioni a procedere riguardanti le intercettazioni rispetto alla vicenda Previti è solo la punta dell’iceberg. La delegittimazione della politica, di tutta la politica, di centro, di destra e di sinistra, avviene offrendo alla pubblica opinione una descrizione distorta delle vicende parlamentari.

Cominciamo con una distinzione che i grandi quotidiani fingono di ignorare anche se è conosciuta dalla magistratura (che ha un suo interesse a nasconderla) e dalla pubblica opinione, sempre meno avvezza a fare di tutte le erbe un fascio! La posizione dei parlamentari del centrodestra, nel teorema Forleo e in tutto ciò che a quel teorema sottende, è clamorosamente inconsistente rispetto alla vicenda che riguarda i vertici dei Ds. Parliamo di merito, sia pure con il dovuto rispetto, ma soprattutto di metodo dato che basta leggere i testi delle conversazioni intercettate per capire la qualità degli argomenti e la confidenza tra i soggetti e gli indagati.

Il Corriere della Sera in particolare descrive uno scenario in cui la sinistra, o meglio la parte più consistente dei Ds e del nascente Partito Democratico, ha interesse a rinviare la decisione sulla richiesta della Forleo e potrebbe – in cambio – chiudere un occhio sul caso delle “dimissioni” o comunque dell’allontanamento definitivo di Cesare Previti dall’aula della Camera. Non bisogna essere addetti ai lavori per capire la gravità di una simile insinuazione che dà per scontato un continuo scambio di favori tra le parti con l’intento (questa la tesi dei giornali) di lavare gli uni le mani degli altri.

Noi non possiamo dire basta senza prendere coscienza che questa strategia di comunicazione segue gli stessi principi di delegittimazione dell’intera classe politica che favorirono la stagione di Mani Pulite. Sono trascorsi quasi quindici anni ma il vecchio vizio di volersi sostituire alla politica e ai rappresentati del popolo con l’uso della magistratura e la grancassa dei mezzi di informazione, non è passato di moda.

 


(8)

Scandalo in Parlamento/Errore su errore

In tempi men leggiadri e più feroci, il potere era solitario. “I rappresentanti del popolo devono mangiare da soli”, tuonava Saint-Just. Pranzi e cene solitari, perché la compagnia avrebbe fatalmente distratto gli eletti da severe riflessioni sui propri doveri, disponendoli a una disdicevole indulgenza nell’applicazione dei rigori della legge ai compagni di bisbocce.

Oggi, in tempi felicemente men feroci e più leggiadri, perfino Diliberto troverebbe eccessivo sponsorizzare lo stile Saint-Just tra i suoi compagni.

Il senso del limite e dell’opportunità varia con i tempi. Di veramente illimitato, in tutti i tempi, c’è la stoltezza umana. Come ben sa Pierferdinando Casini, che dopo aver sperimentato gli inconvenienti della scelta di Follini, amico intelligente e incline alla superbia, per la segreteria del suo partito, adesso deve patire gli inconvenienti della scelta opposta, che lo ha portato a conferire il medesimo incarico di fiducia all’amico Cesa.

Con il venticello dell’antipolitica che tira sull’Italia, e costringe gli impenitenti scialacquatori annidati nelle presidenze istituzionali a ingegnarsi di farsi credere risoluti a stringere i cordoni della borsa, si stenta a credere che dal labbro del segretario Udc possa essere uscita la rivendicazione di una speciale indennità per finanziare i soggiorni romani delle legittime spose di deputati e senatori, abilitate a vegliare sulla virtù dei loro congiunti, altrimenti esposti alle tentazioni della carne.

Con questa uscita strabiliante, Cesa ha declassato la gaffe di Cosimo Mele, il deputato Udc riuscito nell’impresa di incasinare una seratina alberghiera sex&coca, con tanto di ricovero ospedaliero a sirene spiegate della sua venere occasionale, in stato confusionale. Se il deragliamento di un parlamentare esposto sul fronte virtuoso della lotta per la santità della famiglia e contro la droga, basta a precipitare una nobile causa in un abisso di ridicolo, la prova di stoltezza fornita dal responsabile politico di un partito lascia interdetti.


(9)

Scandalo in Parlamento/I falsi moralisti

 

Riceviamo dall’on. Maurizio Lupi e volentieri pubblichiamo

 

Fossimo stati in Lorenzo Cesa avremmo rifiutato le dimissioni di Cosimo Mele. Non perché giustifichiamo quello che ha fatto, ma perché crediamo che abbia già ampiamente pagato. Ha pagato assumendosi anzitutto la responsabilità del suo errore davanti al Paese e davanti alla sua famiglia. Un gesto che pochi uomini politici avrebbero compiuto. Lui l’ha fatto consapevole che questo lo avrebbe trascinato in un vortice pericolosissimo. Eppure c’è chi, non pago di questo, è andato oltre lanciandosi in un linciaggio che non ha precedenti.

Il buon Franco Grillini, con una punta di finta indignazione, ci ha addirittura ricordato che “i moralisti sono i primi peccatori”. Quanta pudicizia! Dov’è lo scandalo? L’uomo è debole, peccatore? Bella scoperta! Ci voleva Grillini per dircelo. La cosa più disgustosa dell’intera vicenda è il fatto che in molti non hanno perso occasione per strumentalizzare un caso circoscritto e piegarlo ad un proprio disegno politico.

La frase più ascoltata è stata: “Adesso l’Udc finalmente la smetterà di parlare dei valori della famiglia”. Perché? Perché dovrebbe smettere? Una verità, se è tale, lo è al di sopra e al di là delle nostre debolezze, dei nostri limiti, delle nostre incoerenze.

Eppure la gran parte del Parlamento ha preferito esercitarsi nel denunciare l’incoerenza di Mele e, magari, lanciarsi in improbabili crociate contro la Chiesa. E pensare che quelli che oggi si indignano sono gli stessi che qualche mese fa rimasero zitti o fecero a gara per esprimere la propria solidarietà a Silvio Sircana. Anche allora si trattò di un errore perché il trattamento è così diverso? Perché Mele deve essere sottoposto alla gogna politica che fu risparmiata al portavoce del governo? Se c’è qualcuno che sicuramente non può insegnarci la coerenza sono proprio coloro che, oggi, utilizzano Mele per spicciole battaglie politiche.

Anche il suo partito, purtroppo, è caduto nella trappola dei benpensanti dimenticando che il nostro è un Paese cattolico e non protestante. Che la coerenza non è un metro di giudizio. Fosse così da quanti parlamentari sarebbe composto il gruppo dell’Udc? I politici non sono la casta di quelli che non sbagliano mai. E non abbiamo bisogno del falso moralismo di chi si illude che basti un test antidroga pubblicato sui giornali per sentirsi superiori agli altri.

È proprio questa la cosa che ci preoccupa di più. Per affermare un moralismo astratto, infatti, si sta cercando in tutti i modi di eliminare l’uomo, di cancellare le sue debolezze e i suoi limiti quasi che solo uomini perfetti possano ambire ad uno scranno in Parlamento. Successe già dopo la stagione terribile di Tangentopoli, peccato che poi, nel tempo, anche le “mani pulite” dimostrarono di non essere poi così pulite.

Oggi come allora la storia si ripete. Oggi come allora i moralisti cercano, come scriveva Elliot nei suoi cori da “La Rocca”, “d’evadere dal buio esterno e interiore sognando sistemi talmente perfetti che più nessuno avrebbe bisogno d’essere buono”.


(10)

Dpef/Due sbagli della maggioranza

Un governo pasticcione ha la sua maggioranza pasticciona. La risoluzione di maggioranza sul Dpef contiene uno o forse anche due errori tecnici piuttosto gravi.

Il primo errore riguarda la richiesta dell’utilizzo delle riserve del tesoro della Banca d’Italia per la riduzione del debito. Il secondo errore (meno grave) riguarda la richiesta della maggioranza di inserire nella finanziaria il protocollo sul welfare.

Se la maggioranza di governo avesse perso un po’ di tempo a leggere i trattati costitutivi dell’Unione Monetaria, avrebbe scoperto che l’utilizzo delle riserve auree a correzione dei conti è vietato sia dal trattato di Maastricht sia dallo Statuto della Banca Cenarle Europea.

Ed è per queste ragioni che la Commissione europea negli anni passati ha vietato operazioni di questo tipo ad altri Paesi, tra i quali la Germania, che provavano a ridurre il debito immobilizzando una parte delle riserve auree. Il motivo per il quale i trattati impediscono la vendita dell’oro presente nei caveau delle banche centrali, sono duplici.

Il primo. Benché non esista più la “regola aurea” che lega l’andamento di una valuta all’oro detenuto nelle banche centrali, le riserve auree vengono comunque conservate a garanzia di una moneta. E visto che la moneta italiana è l’euro, le riserve auree della Banca d’Italia garantiscono la moneta in Italia e in Europa.

Il secondo motivo legato al divieto di vendere oro, riguarda il mercato. Il metallo giallo è quotato alla stregua del petrolio, se uno stato membro dell’Unione Monetaria cedesse oro sul mercato, le quotazioni del metallo prezioso ne subirebbero una spinta negativa. Quindi il divieto ad utilizzare oro per ridurre il debito è vietato da ragioni politiche e di mercato.

L’altro errore contenuto nella risoluzione di maggioranza sul Dpef, è meno grave. Il protocollo sul welfare che dovrebbe essere inserito nella legge finanziaria è stato di due parti.

La prima modifica la legge Biagi. Le norme contenute non dovrebbero avere effetti sui saldi contabili, ne consegue che questa parte non può entrare nella legge finanziaria in quanto la legge di bilancio dovrebbe contenere misure esclusivamente a condizionare saldi contabili.

 

 

La seconda parte del protocollo dovrebbe invece contenere le misure destinate a eliminare lo scalone previdenziale.

Questi interventi agirebbero sui saldi contabili, quindi dovrebbero avere spazio in finanziaria. Con un particolare: mai prima d’ora la riforma delle pensioni ha fatto parte della legge di bilancio.

 


(11)

Infrastrutture/Forza Italia:

non aiutiamo più il governo

Sul capitolo infrastrutture Forza Italia non è più disposta a ''salvare il governo'': a lanciare l'avvertimento, nel corso di una conferenza stampa, sono il responsabile Infrastrutture del partito Maurizio Lupi, il portavoce di Silvio Berlusconi, Paolo Bonaiuti, l'ex ministro Pietro Lunardi e il deputato azzurro Franco Stradella.

Gli azzurri ricordano come i voti dell'opposizione siano stati decisivi per l'approvazione di alcune importanti misure nel settore delle infrastrutture, tra cui il via libera alla convenzione per l'autostrada lungo la direttrice Brescia-Bergamo-Milano. L'Unione, infatti, ribadiscono gli esponenti di Forza Italia, che ricordano i mal di pancia sull'allegato Infrastrutture al Dpef, troppo spesso non è stata autosufficiente a causa dei 'niet' dei partiti a sinistra del Partito democratico.

Forza Italia, con l'ex titolare del dicastero Infrastrutture in testa, difende le politiche del governo Berlusconi e in particolare la Legge Obiettivo. ''In soli tre anni, dal 2003 al 2005, il passato governo ha approvato opere per 90,9 miliardi di euro - fanno i conti Lupi e Lunardi - garantito in cassa per 45,4 miliardi e cantierato interventi per 58,4 miliardi, mentre il governo Prodi ha previsto per i prossimi cinque anni solo 32 miliardi di euro: una media di poco superiore ai 6 miliardi di euro l'anno contro i 18 garantiti nella passata legislatura''.

Il governo Prodi ha ''una volontà distruttiva. Non riescono a costruire nulla di buono, riescono solo a fare controriforme'', dice Bonaiuti. L'accusa principale è quella di aver bloccato le grandi opere in Italia, dalla Tav al Mose, creando danni anche alle casse dello Stato.

Lunardi non usa mezzi termini e riferendosi a Venezia dice che non resta ''che vergognarsi'' per le scelte e le divisioni all'interno del governo. Nel mirino di Forza Italia finisce in particolare il ministro dell'Ambiente Alfonso Pecoraro Scanio: ''Alla faccia dell'ambientalismo - afferma infatti - questo governo ha in realtà accresciuto l'incidenza delle opere stradali''.

 


Lunedì 30 luglio


Lunedì 23 Luglio 2007


Martedì 17 luglio


Mercoledì 11 luglio


Quaderno n° 127

Martedì 10 luglio

Il Quaderno n. 127

Roma, martedì 10/07/07

Gli argomenti del giorno

  1. Conti/L’Europa sfiducia Prodi 2
  2. Conti/Da un anno l’Europa sfiducia Prodi 4
  3. Pensioni/Scalone, scalini, quote. E’ il caos 11
  4. Noi/Perché rallentare adesso è un errore 15
  5. Noi/Perché il referendum non è prioritario 17
  6. Loro/Veltroni cuor di coniglio 19
  7. Loro/Parisi cuor di leone 22
  8. Noi & Loro/Tasse: chi le alza, chi le abbassa 24
  9. Repubblica.it/Elezioni, documentati i brogli nei voti degli italiani all’estero al Senato 26
  10. Il Riformista/La maggioranza politica non c’è più 28

(1)

Conti/L’Europa sfiducia Prodi

Padoa Schioppa ha incontrato Almunia, ma "il giudizio del commissario Ue sul Dpef – informa un’agenzia di stampa- non è cambiato". Non poteva essere diversamente. Il rigido economista tutto d’un pezzo, che fino a ieri godeva del rispetto e della fiducia di Bruxelles e degli organismi internazionali, si è spezzato. Accogliendo il beffardo invito di Epifani a "mettere da parte la calcolatrice", ha prima deciso di impegnare nella spesa 6,5 miliardi di euro, anziché i 2,5 sui quali aveva attestato la sua linea di resistenza; poi ha varato un Dpef di spesa e "di fine legislatura", rimandando interamente l’obiettivo di pareggio di bilancio al 2009 e 2010, scomoda eredità per il governo prossimo venturo, che non sarà certo il "governo Prodi".

Aggiungiamo la mina vagante della previdenza, dove risulta incomprensibile a tutto il mondo perché mai soltanto in Italia sia messo in discussione l’innalzamento dell’età pensionabile. Al povero Almunia non è rimasto che raccomandare una riforma a costo zero, che recuperi fondi all’interno della stessa finanza previdenziale.

Non c’è da stupirsi del disappunto di Bruxelles. Se il governo italiano pensava di trovare una sponda nella Francia di Sarkozy, ha fatto male i conti. Parigi ha giocato da sola e ha già portato a casa i risultati. Non si tratta solo del fatto che l’Italia, a differenza della Francia, ha il debito pubblico più alto d’Europa. Quel che conta è che Sarkozy ha delineato un percorso di riforme con tempi e risparmi ben definiti, per poi imboccare la strada della riduzione delle imposte, con l’impegno a destinare tutte le entrate supplementari alla riduzione del deficit.

L’esatto contrario del nostro governo, proiettato verso una politica di spesa, con 21 miliardi senza una copertura chiara e definita. La spesa pubblica è fuori controllo e la parola "tagli", senza precise indicazioni, non rassicura nessuno. Padoa Schioppa ha detto ieri che i sentimenti che l’Europa nutre nei nostri confronti sono di "comprensione e preoccupazione". La "preoccupazione" si capisce, la "comprensione" certifica soltanto l’avvilente alone di sfiducia che circonda l’Italia oggi in Europa, per via di un governo che si mostra fragile, incapace di prendere decisioni, ricattato dalla sinistra più estrema, in grado soltanto di offrire il degradante spettacolo di baruffe strapaesane tra ministri, partiti e partitini.

(2)

Conti/Da un anno l’Europa sfiducia Prodi

Da un anno il governo Prodi è nel mirino dell’Unione Europea; dal primo giorno non sono mancate le critiche, anche dure.

Eccone un elenco sommario.

30 agosto 2006 - La decisione del governo italiano di ridurre da 35 a 30 miliardi di euro l'entità della manovra per il 2007 non piace, ed è anzi motivo di "profonda preoccupazione" per le autorità europee. Ha detto il commissario per gli affari economici e sociali Joaquin Almunia: "Rimettere in ordine le finanze pubbliche non si esaurisce con la correzione del deficit sotto il 3% del Pil, soprattutto quando il debito pubblico è al di sopra del 100% e i tassi di interesse stanno salendo. Proseguire sulla strada del rigore e delle riforme è essenziale per consolidare le condizioni necessarie per una crescita dinamica e durevole".

Lo stesso giorno, l’agenzia Fitch giudica "poco incoraggiante" l'annuncio del governo e rafforza il suo giudizio critico: "L'Italia resta sotto osservazione, con implicazioni negative".

31 agosto 2006 - Interviene la Bce: Ridimensionare gli interventi di correzione del disavanzo pubblico solo perché c'è una ripresa in atto viene considerato "un controsenso" dal punto di vista della logica economica, e "un pessimo segnale" dal punto di vista della strategia politica.

22 ottobre 2006 - Almunia, dopo un incontro con Prodi e Padoa-Schioppa: "La stagnazione italiana dello scorso anno è stata superata. Ma i passi di crescita dell'economia italiana sono al di sotto della media europea. Questo dipende da fattori strutturali che minano la crescita dell'economia. L'Italia ha bisogno di una solida finanza pubblica e riforme strutturali".

Aggiunge sui conti pubblici italiani: "Ho motivi di preoccupazione seria, ma le informazioni che ho ricevuto oggi mi portano a ritenere che l'Italia sia sulla buona strada per questa situazione".

23 novembre 2006 - "Ci sono paesi che di anno in anno hanno perso competitività e, tra questi, l'Italia, che comincia a recuperare solo ora". Così il commissario europeo agli affari economici Joaquin Almunia, che ieri ha presentato il rapporto sull'economia europea 2006. Dalle tabelle della Commissione, infatti, risulta che l'Italia ha avuto una crescita tra le più basse e un’inflazione tra le più alte della zona euro. E che, soprattutto, non ha attuato politiche fiscali in grado di promuovere la sviluppo.

24 maggio 2007 - Ocse, Rapporto semestrale sull’economia globale: In un solo anno l'Italia è riuscita mettere a segno il risanamento dei suoi conti pubblici, ma al prezzo di "un aumento di 2 punti rispetto al Pil" della pressione fiscale, che se dovesse mantenersi su questi livelli potrebbe ingenerare "serie ripercussioni per la crescita nel medio termine". L’Ocse infatti ritiene che "una volta messo sotto controllo il deficit, bisognerebbe trovare spazi per la riduzione delle tasse".

31 maggio 2007 - Joaquin Almunia, invita il Governo Prodi ad attuare con urgenza la riforma delle pensioni conservando l'effetto positivo sui conti pubblici. Anche perchè, insieme alla Germania, il nostro Paese sarà il primo in Europa dove si produrranno gli effetti negativi dell'invecchiamento della popolazione, con un considerevole aumento della spesa nel giro di un paio di anni.

Almunia non fa sconti nemmeno sul 'tesoretto': chi non usa l'intero extragettito per consolidare il risanamento – ribadisce con forza - rischia seriamente di ripetere gli errori del passato.

Almunia non lo dice esplicitamente, ma a Bruxelles si guarda con ansia al ritardo con cui procede il negoziato sulla previdenza. A preoccupare è innanzitutto la sensazione che il Governo non abbia ancora una linea unitaria sul da farsi, a partire dalla sorte del cosiddetto 'scalone' e della revisione dei coefficienti di trasformazione. Il rischio, per la Commissione, è che nella maggioranza e nella discussione coi sindacati prevalga un orientamento che non garantisca i risparmi sperati. Mentre per Bruxelles la linea deve essere una sola: attuare pienamente le riforme fatte, senza annacquarle.

13 giugno 2007 - Rispondendo ad una domanda sul tesoretto italiano, il Commissario Ue agli Affari economici, Joaquin Almunia dichiara: "Bisogna fare attenzione e non considerare strutturali delle entrate che forse il prossimo anno potrebbero non esserci più.


29 giugno 2007 - Il commissario Ue agli Affari economici Joaquin Almunia esprime "profonda preoccupazione" anticipando la bocciatura del Dpef contenuta nel "Rapporto trimestrale sull’economia dell’eurozona", secondo il quale "nel contesto del nuovo documento di programmazione economica a medio termine del governo è emerso un quadro meno favorevole per lo sviluppo dei conti pubblici". Secondo Almunia, il Dpef "non è in linea con gli orientamenti dell'Eurogruppo del 20 aprile scorso" in quanto "rallenterà la riduzione del livello di debito pubblico".

Secondo l’agenzia S&P, il rinvio di parte del risanamento - obiettivo deficit-Pil 2007 al 2,5% contro il 2,3% indicato a marzo - sottolinea "la fragilità della coalizione di governo". Per l’agenzia "sembrano aver prevalso le richieste di politiche più espansive", e se questa situazione dovesse replicarsi nelle trattative sul sistema pensionistico "sarebbe un grave passo indietro per la stabilità di lungo termine delle finanze pubbliche".

3 luglio 2007 - Severo monito del Fondo monetario internazionale (Fmi). Lo sforzo di risanamento previsto nel nuovo Dpef "non ottiene ciò di cui l’Italia ha bisogno malgrado alcune riforme del processo di bilancio che sono gradite, la posizione assunta non è in linea con i consigli del board del Fondo Monetario Internazionale".

"Il Fondo - spiega la sua portavoce Olga Stankova - ha a lungo raccomandato di anticipare il risanamento del bilancio, incluso il raggiungimento del pareggio di bilancio entro il 2010", nonché "di impiegare l’extragettito fiscale per la riduzione del deficit pubblico". Ma "nonostante un punto di partenza favorevole e una storia di fallimenti nel raggiungere gli obiettivi a medio termine, il nuovo Dpef non registra un miglioramento rispetto ai precedenti, ora chiaramente non ambiziosi, obiettivi di deficit per il periodo 2008-2011". Non solo: per l’Fmi "la decisione di varare spese aggiuntive quest’anno, a fronte di uno scenario di revisioni al rialzo nelle previsioni di spesa di marzo, costituisce un passo indietro".
Sul debito pubblico, Almunia, in conferenza stampa: "L’andamento della curva del debito pubblico in Italia è un andamento positivo solo abbozzato. Dunque questa tendenza va rafforzata".


6 luglio 2007 - L’Ocse afferma che l'Italia è la grande esclusa dall'espansione economica che proseguirà per gli altri grandi dell'economia mondiale. La variazione semestrale dell'economia italiana, spiega l'Ocse, presenta un trend al ribasso da giugno 2006, quando l'indicatore si era attestato a 95,8.

10 luglio 2007 - Per il ministro delle Finanze belga Didier Reynders, "le cifre che ci ha esposto Tommaso Padoa-Schioppa non mostrano un forte miglioramento per il 2008". A margine della riunione dell’Ecofin, dopo che ieri sera Padoa-Schioppa ha esposto nel corso della riunione dell’eurogruppo la situazione dell’Italia e le misure contenute nel Dpef, Reynders ha sottolineato: "Dovremo sorvegliare la situazione da vicino". Reynders ha aggiunto: "Restiamo convinti che tutto l’extragettito debba andare a riduzione del debito perché l’Italia oltre ad un altro debito ha anche il problema delle pensioni".

Undici anni fa… - I dubbi dell’Europa su Prodi risalgono molto indietro nel tempo. A quel vertice di Siviglia del 1996 quando proprio Romano Prodi provò a concordare insieme alla Spagna la proroga di un anno per l'ingresso dell'Italia nell'unione monetaria. Aznar gli rispose un no secco.

(3)

Pensioni/Scalone, scalini, quote. E’ il caos

Si diffonde ormai in tutti i settori dell’Unione una netta sensazione di pericolo: sullo scalone il governo di Romano Prodi può scivolare e stramazzare. Per la sua gracile e schizofrenica costituzione, l’esecutivo non può affrontare percorsi difficili, specie in salita, deve procedere con la prudente tecnica del gambero, avanti sì, ma anche e soprattutto indietro, rinculare di notte dopo aver fatto, di giorno, un ridicolo passettino.

Lo scalone è duro da affrontare. La norma che, dal primo gennaio 2008, porta da 57 a 60 anni l’età minima per la pensione di anzianità ( con 35 anni di contributi) è stata inserita nella riforma voluta dal centrodestra nel 2005 col preciso intento di salvare l’equilibrio finanziario del nostro sistema pensionistico. In un Paese che invecchia, nel quale per fortuna si vive sempre più a lungo non era possibile non innalzare l’età pensionabile, per evitare che nel giro di qualche lustro un’esigua platea di lavoratori attivi dovesse mantenere legioni di pensionati longevi. E che sulla fiscalità generale si scaricasse un insostenibile onere crescente. D’altra parte, tutti i Paesi avanzati negli ultimi anni hanno innalzato l’età pensionabile. La demografia, la storia e la scienza delle finanze hanno imposto lo scalone e le autorità europee hanno apprezzato la prova di responsabilità e di lungimiranza del governo Berlusconi, la cui riforma della previdenza porterà benefici crescenti, di anno in anno, e nel 2011, a regime, determinerà un risparmio di 9 miliardi di euro, consentendo di garantire un vitalizio ai giovani di oggi.

Ma l’Unione sembra irrimediabilmente alle ragioni della storia, dell’economia e della vera solidarietà fra le generazioni. Per puro livore fazioso, e per dare un segno di disponibilità alla sinistra radicale - traghettata nel presente direttamente dal fallimentare passato comunista – l’Unione ha inserito nel suo programma l’abolizione dello scalone.

Oggi Comunisti, Verdi e Sd chiedono a Prodi di mantenere l’impegno programmatico, ma una parte della maggioranza è contraria a cancellare la riforma Maroni. Ministri e dirigenti che si definiscono riformisti hanno scoperto che l’abolizione dello scalone sarebbe insostenibile per i conti pubblici e che, in un certo senso, avevano scherzato quando avevano scritto il libro dei sogni di 283 pagine. Di qui la rissa continua, le minacce contrapposte di aprire una crisi che, a furia di essere evocata, diventa terribilmente vicina.

Va riconosciuto, tuttavia, che i leader dell’Unione hanno un certo talento imbonitorio coi giochi di parole. Se lo scalone non si può superare con un balzo, se ne può tuttavia addolcire la pendenza con una serie di scalini. Innalzare, cioè, l’età pensionabile gradualmente: prima 58 anni, poi 59, poi 60.

Ma questa soluzione trova contraria la sinistra radicale, la quale scavalca il sindacato, che sarebbe pure disposto a un’ascensione soft con gli scalini. Il governo naturalmente continua a farsi (e a farci) del male dividendosi anche sugli scalini. Ministri e dirigenti dell’Unione stanno su scalini diversi: c’è chi preferisce il 58, chi il 59, chi si spinge addirittura a 60. Ma nessuno dice che, comunque, se si cerca di aggirare lo scalone ci sono dei costi salatissimi, insostenibili. Perché fare slittare un congruo aumento dell’età pensionabile fino al 2012 significa aprire una voragine nella finanza pubblica.

Gira e rigira si torna sempre al nodo: chi paga? L’Italia deve essere condannata al dissesto finanziario e alla pressione fiscale crescente? Il governo non dà risposte a queste domande, dall’Unione s’alza un vocio confuso, l’incomprensibile cicaleccio di una Babele politica.

La situazione appare senza uscita, ma i forgiatori di neologismi sono sempre attivissimi. Ecco che, dopo lo scalone e gli scalini, arrivano le "quote". La quota dovrebbe essere la somma dell’età anagrafica e degli anni di contribuzione: se, ad esempio, si scegliesse di fissare quota 95, un lavoratore per andare in pensione dovrebbe avere 60 anni d’età e 35 di contributi, oppure 59 anni di età e 36 di versamenti, oppure 58 più 37 di contributi. Ma su quale quota bisogna attestarsi? A 95, 96, 97? Anche su questo la disunione è totale nella maggioranza, senza contare che c’è chi propone di abbinare il sistema degli scalini a quello delle quote. Sembra di essere tornati al 1926 e alle mormorazioni sulla "quota 90". Un’altra prova dell’intrinseca vecchiezza del centrosinistra, incapace di sganciarsi da visioni e soluzioni del secolo scorso.

(4)

Noi/Perché rallentare adesso è un errore

Se un errore fatale ci può essere, è quello di fermarci, di tacere, di illudersi che campando di rendita la svolta prima o poi arrivi e Prodi torni a casa, mentre noi di Forza Italia ci godiamo lo spettacolo dalla riva del fiume. Da troppo tempo assistiamo all’inarrestabile declino di questo governo. E’ come se ci fossimo ammalati di speranza. Che in politica, soprattutto in politica, conta meno di zero.

E’ vero: Veltroni è l’ultima spiaggia della sinistra che litiga, ma c’è. Balbetta, dice e non dice, talvolta si contraddice, ma parla. E non importa se le primarie stanno ritornando una farsa organizzata a tavolino, dove uno solo corre e segna, perché il nostro rischio è che possa vincere!

Forza Italia, con l’eccezione del leader, che anche giovedì a Napoli offrirà una novità di rilievo, da troppi giorni sembra assente, muta, improvvisamente taciturna e quasi remissiva, come se il teatro della crisi italiana non la riguardasse più di tanto, e come se l’estate avesse prosciugato ogni capacità polemica.

Altro che giocare all’attacco: non sembriamo avere una strategia chiara, o peggio, non sappiamo spiegarla; siamo carenti di una idea guida, un progetto forte che coniughi il consenso popolare con un piano operativo per tornare alla guida del Paese.

Diamo l’impressione a volte di gradire la melina, mentre il cronometro scorre, e se anche l’avversario è sommerso dai fischi del pubblico di casa, il tabellone segna ancora il nostro svantaggio.

Rinviamo e lasciamo gli italiani andare in vacanza e consoliamo quelli che non possono andarci, promettendo di riparlarne a settembre? Ci possiamo consolare, perché Sarkozy copia Berlusconi e Tremonti, mettendo la ripresa economica prima dei vincoli di Maastricht? Abbassiamo la guardia, perché Violante scopre che i segreti di Pollari possono far male alla sinistra e immediatamente i giornali amici trovano superate le commissioni d’inchiesta?

No, tutte queste miserabili conferme della crisi politica sono note al popolo, che ci chiede oggi più che mai una cosa: battere un colpo.

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Noi/Perché il referendum non è prioritario

La discussione politica assume sempre di più tinte surreali e paradossali.

Ieri infatti Veltroni ha incontrato i promotori del referendum ed ha solennemente dichiarato che sosterrà le ragioni del referendum ma non lo firmerà.

A stretto giro di posta è giunta la replica stizzita di Arturo Parisi, il quale aveva rilasciato una intervista in cui invitava Veltroni a spingere per il referendum a difesa di un assetto bipolare attraverso una legge di tipo maggioritario.

La risposta di Veltroni non si è fatta attendere. Il sindaco di Roma ha ricordato di non aver voluto mettere in ulteriore difficoltà Prodi e il suo governo.

Ma perché allora Parisi, fidato collaboratore di Prodi, si lancia a sostenere un referendum che, secondo tutti gli osservatori, potrebbe scatenare una crisi di governo? Forse che Prodi intende favorire e anticipare lui stesso una crisi di governo, per poter avere ancora qualche carta da giocare?

Mistero della politica italiana! Nel frattempo però la situazione del Paese rischia di aggravarsi ulteriormente e di tramutarsi in una crisi di sistema.

C’è da temere che l’assenza di una classe dirigente capace nei momenti di crisi più gravi di sapersi assumere delle responsabilità nei confronti del futuro dell’Italia, spinga ancora una volta a ricercare nel referendum una soluzione illusoria, autoassolutoria e vana.

Illusoria perché la legge elettorale che deriverebbe dall’approvazione del referendum necessiterebbe comunque di un nuovo passaggio parlamentare.

Autoassolutoria, perché la classe politica demanderebbe nuovamente al corpo elettorale la soluzione di problemi determinati dallo stesso mondo politico.

Vana, perché un nuovo referendum non risolverebbe i problemi di un nuovo assetto politico e istituzionale che richiedono necessariamente un accordo fra maggioranza e opposizione.

Il referendum è certamente una delle espressioni più alte della nostra democrazia, ma è altrettanto vero che una classe politica che si affida al referendum per l’incapacità di prendere decisioni condivise in Parlamento oppure con il malcelato obiettivo di suscitare promesse di cambiamento che poi vengono sistematicamente disattese, è una classe politica che contribuisce al declino del nostro Paese.

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Loro/Veltroni cuor di coniglio

O prendono in giro i loro elettori, sconcertati e confusi, o chissà cosa pensavano di fare. Perchè sulle primarie per scegliere il futuro segretario del futuro Partito Democratico stiamo assistendo ad un balletto d’avanspettacolo. Per serietà potevano dirlo prima: Veltroni è il nostro segretario. Punto e basta. Invece si sono voluti immergere nelle acque purificatrici delle scelte democratiche, lasciando agli elettori la scelta del nuovo leader. Solo che i presunti candidati alternativi se la stanno dando a gambe. L’ultima vittima non è uno da seconda fila. E’ il ministro dello Sviluppo Economico, Pieluigi Bersani che ieri ha avuto letteralmente le gambe tagliate dai vertici del suo partito e, obtorto collo, ha dovuto arrendersi: non mi candido, sto con Walter. Decisione che ha irritato, e non poco, l’ultimo residuo di antiveltronismo, rappresentato dal ministro Parisi e dai prodiani doc, consapevoli che di questo passo altro che primarie, ad ottobre andrà in onda un programmatissimo plebiscito. Ed infatti, su questo unanimismo montante verso il sindaco di Roma i mugugni aumentano giorno per giorno. I più temerari, e per questo minoritari, temono davvero un appiattimento dei vertici dei due partiti fondatori verso un nome che a questo punto diventa l’unico.

Tra l’altro, l’irritazione dei prodiani si fa sempre più aspra dopo la sconcertante dichiarazione di Veltroni sul referendum per la nuova legge elettorale. "Sono favorevole alla raccolta di firme ed al referendum, ma non firmo per evitare contraccolpi al governo" ha detto il sindaco di Roma. Parole che hanno sorpreso e sconcertato Arturo Parisi, uno dei promotori, che non ha mancato di dedicare pesanti stoccate al diessino: "Siamo al vorrei ma non posso, questo è l’opposto di ciò che serve al paese, così Veltroni fa il candidato di tutti e di nessuno". Indubbiamente, la posizione di Veltroni getta ombre oscure sul suo immediato futuro, perché cozza fortemente con l’immagine di politico deciso che aveva voluto dare nel discorso d’investitura del Lingotto di qualche settimana fa. Una pesante caduta, e di immagine e di sostanza, che, a pochi giorni dal suo esordio come possibile futuro candidato premier, smaschera inesorabilmente le velleità veltroniane. Le motivazioni di questo "vorrei ma non posso" infatti si inseriscono perfettamente nella tradizione di questo governo e di questa maggioranza: non fare mai un passo per paura che gli alleati possano irrigidirsi e compromettere l’unità della coalizione. E’ stato e continua ad essere così per Prodi, comincia ad esserlo anche per il suo erede designato.

Veltroni, però, con questo esordio ambiguo e piratesco non si prende soltanto il rimbrotto dei referendari, ma anche le critiche, non tanto leggere, dei giornali amici che tanto nei giorni scorsi avevano incensato la "novità" della sua intronizzazione.

Le sabbie mobili del centrosinistra evidentemente hanno impantanato anche il sindaco di Roma. E’ bastato un passo, il primo, e Walter è sprofondato giù. Dove, unica consolazione, gode di ottima compagnia.

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Loro/Parisi cuor di leone

Veltroni si è schierato in maniera molto democristiana per il referendum elettorale, scegliendo di dare l'appoggio esterno per non turbare la suscettibilità di chi farà parte del Partito Democratico e la pensa in modo diverso. Dunque: il sindaco di Roma ha garantito il suo sì se e quando si andrà a votare, ma i promotori ora non possono contare su di lui per raggiungere le firme necessarie all'iter referendario. Nelle stesse ore dell'outing di Veltroni, il ministro della Difesa Parisi lanciava, attraverso una conferenza stampa, una vera e propria mobilitazione generale per il successo del referendum, unico strumento ormai ritenuto valido per salvare il sistema bipolare dalle tentazioni neocentriste. Inevitabile l'innesco dell'ennesima miccia polemica all'interno della maggioranza, con Veltroni costretto a spiegare che la sua posizione è motivata dalla necessità di evitare "ogni possibile contraccolpo sulla maggioranza e sul governo, la cui sorte dovrebbe stare a cuore anche a coloro che, come il ministro Parisi, ne fanno parte", Ma l'entourage del ministro della Difesa ha subito replicato che siamo di fronte a una questione di priorità, e che la posta in gioco è strutturale, sistemica. In ballo questa volta c'è la sopravvivenza del sistema bipolare, che per gli ulivisti della prima ora si identifica con il concetto stesso di governabilità. E davanti a un obiettivo di questa portata si può affrontare anche il "rischio di qualche tensione politica". E dunque: la salvaguardia del bipolarismo conta più della sopravvivenza del governo Prodi, perché il problema non è durare una settimana in più o in meno, ma governare. Parisi è convinto che non c’è alternativa al referendum perché ritiene che la legge elettorale per via parlamentare non vedrà mai la luce. Al Senato maggioranza e opposizione si erano impegnate ad arrivare a un voto in commissione entro giugno, invece la montagna ha partorito il topolino di una bozza presentata da Bianco, che non è neanche un testo base, su cui peraltro c’è già un largo dissenso. Ma la polemica Parisi-Veltroni non si ferma al referendum elettorale: il ministro della Difesa non ha infatti lesinato critiche neanche al modo in cui è maturata la candidatura del sindaco di Roma alla guida del Pd, che prefigura un'elezione plebiscitaria e senza concorrenti. E ha chiosato la vicenda con una battuta al curaro: "Per ora - ha detto - Veltroni è l’unico candidato piuttosto che il candidato unico". Una frase che potrebbe indicare la volontà di scendere personalmente in campo alle primarie di ottobre.

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Noi & Loro/Tasse: chi le alza, chi le abbassa

  • La politica fiscale è il simbolo vero e proprio delle differenze fra il governo di centrodestra e quello guidato da Prodi. Basta vedere i comportamenti concreti: noi in cinque anni non abbiamo chiesto un euro agli italiani, non abbiamo messo le mani nelle loro tasche nonostante l’economia attraversasse un periodo fra i più difficili del dopoguerra. Anzi, per la prima volta a memoria d’uomo, in Italia le tasse con Berlusconi al governo sono addirittura scese, sia pure di poco.

  • Il primo atto della sinistra al governo, invece, è stato quello di un aumento brusco e generalizzato delle tasse per tutti, a partire dai più deboli. Ed è stata anche l’unica materia sulla quale si sono trovati tutti d’accordo, l’unico provvedimento significativo del governo Prodi.

  • E’ un comportamento molto significativo: noi crediamo che le tasse siano un obbligo del cittadino a fronte dei servizi che lo Stato eroga, un male necessario per il bene della collettività. E’ giusto pagarle e farle pagare, ma non è giusto chiederne troppe. Altrimenti il senso di giustizia delle persone si ribella, finisce con il giustificare anche l’evasione fiscale. Per la sinistra invece le tasse sono un bene (Padoa Schioppa lo ha anche scritto) perché lo Stato è in grado di amministrare i soldi di tutti meglio di come ciascuno sa amministrare i propri. Solo lo Stato deve provvedere agli interessi e alle esigenze di persone. Noi crediamo nelle persone, loro no.

  • I fatti ci danno ovviamente ragione. All’aumento delle tasse non corrispondono mai servizi migliori, corrispondono solo più spese e più burocrazia. Ed è penoso, o forse comico, lo spettacolo del Presidente del Consiglio e dei suoi ministri che si affannano a spiegare che grazie alle tasse che hanno fatto pagare ora finalmente i conti pubblici sono in ordine. Contemporaneamente, tutti gli organi internazionali, a cominciare dall’Unione Europea, dicono esattamente il contrario, non fanno che esprimere preoccupazione per lo stato sempre più grave dei conti pubblici italiani.

(9)

Repubblica.it/Elezioni, documentati i brogli nei voti degli italiani all’estero al Senato

Agenzia di stampa Adnkronos del 10 luglio – h. 12,47

Schede per Camera e Senato delle elezioni politiche 2006 pre-compilate in blocco con voti all'Unione. Un gruppo di persone in un garage di Sydney segue le istruzioni ricevute e barra i simboli con le preferenze. Un video-denuncia apparso su 'Repubblica.it' rivela i brogli elettorali legati al voto all'estero in Australia secondo quanto riferito dal candidato al Senato dell'Udeur per l'estero, Paolo Rajo.

Il video, destinato a riaprire il dibattito sulle presunte irregolarità nelle elezioni dell'aprile scorso, si legge nel sito internet, ''è girato in una casa australiana ("di Sydney" dice la voce narrante Rajo), dove qualcuno, ripreso di spalle, ha davanti a sé su un tavolo un mucchio di schede elettorali, che compila in blocco, assegnando voti e indicando preferenze in massa per l'Unione al Senato (scheda viola) e, per errore, per Forza Italia alla Camera (scheda arancione)''. Le schede vengono poi richiuse e sistemate nelle buste originali del Consolato e sigillate e ''sono almeno un centinaio''.

''Il filmato l'ho fatto io stesso durante la campagna elettorale per le scorse elezioni politiche in cui io ero candidato al Senato nella lista Udeur di Mastella" spiega l'autore al quotidiano.

Elezioni/Bondi: il voto all’estero va annullato

"Le rivelazioni comparse sul sito de La Repubblica confermano che il voto all'estero è stato così chiaramente e inconfutabilmente caratterizzato da irregolarità e da veri e propri brogli da richiedere di essere annullato". Lo afferma in una nota il coordinatore nazionale di Forza Italia, Sandro Bondi.

"Questo fatto - prosegue - conferma che l'esito delle elezioni dello scorso anno è da riconsiderare. Nessuno può governare il Paese con il dubbio fondato della legittimità delle elezioni. E` comunque necessario a questo punto, e non è più rinviabile, procedere a ricontare tutte le schede elettorali per fugare ogni possibile vizio d`origine sulla legittimità di questa legislatura".

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Il Riformista/La maggioranza politica non c’è più

Da Il Riformista, titolo: La politica ridotta a misurare l’altezza degli scalini

di Emanuele Macaluso


Io non so se il presidente del Consiglio e i suoi due vice, i due presidenti delle Camere, che sono autorevoli esponenti dell’Unione, e tutti i leader dei partiti governativi (sono molti!) in questi giorni hanno preso coscienza che la maggioranza politica non c’è più. Il problema che è emerso in questi giorni non è più quello dei Turigliatto o della senatrice altoatesina che, nel momento in cui sono chiamati a votare, non si sa se mettono in minoranza il governo, come è avvenuto…

…La maggioranza non c’è perché su un tema essenziale che riguarda la politica di bilancio e la riforma del welfare (a spizzichi e bocconi) c’è una spaccatura tra chi si riconosce nel Pd, i pochi parlamentari della Rosa nel pugno da un lato e l’insieme di quel che si chiama "sinistra radicale" a cui ormai vengono associati i parlamentari della Sinistra democratica dall’altro. Non sottovaluto le sceneggiate di Di Pietro alla vigilia del voto sulla legge che ritocca la riforma Castelli sull’ordinamento giudiziario (un compromesso che nella sostanza raccoglie le posizioni dei magistrati), o quelle di Mastella sui Dico, ma la spaccatura di cui parlo ha un rilievo strategico per la coalizione. Il richiamo dei partiti dell’Unione al programma non ha senso perché si tratta di parole incollate l’una all’altra, senza un’elaborazione e senza progetti reali e condivisi…

…Quando dai costruttori del Pd da una parte e dalla sinistra radicale dall’altra si sentono parole di sufficienza e sprezzo verso le socialdemocrazie europee c’è da restare interdetti. Ancora una volta (errare è umano, perseverare no) la sinistra italiana esalta una sua specificità, una separatezza dal socialismo riformista europeo: "da destra" il Pd, "da sinistra" i massimalisti. Ma si tratta solo di impotenza e velleitarismo bel misurarsi con il governo delle società aperte. Oggi sembra che il Pd difenda i giovani senza un domani e i massimalisti gli anziani che debbono andare in pensione. Ma né l’uno né l’altro, e tantomeno insieme, cioè l’Unione, ha elaborato una linea, un progetto complessivo di riforme del welfare…

…Oggi l’alternativa è: o lo scalone o gli scalini. E Prodi ha l’ultima parola sull’altezza e sul numero degli scalini. Penoso...


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Lunedì 28 maggio


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Lunedì 21 maggio


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Martedì 15 maggio


Lunedì 14 maggio


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Di venerdì 4 magigo


Del 3 maggio


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Di Giovedì 26 aprile


Del 20-04-07


Di mercoledì 18 aprile 2007


Di martedì 17 aprile 2007


Di Venerdì 13 Aprile


Dell'11 Aprile 2007


Del 5-4-07


Del 4-4-07


Del 2 aprile 2007


Di venerdì 30 Marzo


Di venerdì 29 marzo


Di mercoledì 28 marzo


Di martedì 27 marzo


Di mercoledì 21 Marzo


Di martedì 20 marzo 2007


Di lunedì 19 marzo 2007


Di venerdì 16 marzo 2007


Di mercoledì 14-03-07


Del 12 marzo


Del 13 Marzo 2007


Di venerdì 9 marzo


Dell'8 marzo 2007


Del 7 marzo 2007


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Di lunedì 5 marzo 2007


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Del Primo marzo 2007


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Del 27 febbraio 2007


Di martedì 27 febbraio


Di giovedì 22 febbraio


Del 21 febbraio 2007


Di martedì 20 Febbraio 2007


Lunedì 19 febbraio 2007


Venerdì 16 Febbraio 2007


Di Giovedì 15 febbraio 2007


14 Febbraio 2007


Martedì 13 febbraio


Lunedì 12 febbraio 2007


Del 9 Febbraio


Dell'8 Febbraio 2007.


Del 7 febbraio 2007


Martedì 6 febbraio.


Lunedì 5 febbraio 2007.


Del 2 Febbraio 2007


Del primo febbraio 2007


Del 31 gennaio 2007


Del 30 gennaio 2007.


Del 29 gennaio 2007


Del 26 gennaio 2007


Del 25 gennaio 2007.


Strumento di formazione politica, del 24 gennaio 2007.


Del 23 Gennaio 2007


Il nostro strumento di formazione politica, del 22 gennaio 2007.


Contributo per l'attività politica, del 17 gennaio 2007


Strumento di formazione politica, del 18 gennaio 2007


Strumento di formazione politica, del 17 gennaio 2007


Strumento di formazione politica, del 16 gennaio 2007