L’economia cresce, merito della CdL
L’andamento favorevole dell’economia, che emerge dai dati su fabbisogno 2006, è una di quelle notizie delle quali il paese tutto dovrebbe rallegrarsi.
Se in Italia prevalesse la cura del bene comune rispetto alla polemica di parte, il Governo si limiterebbe a registrare con soddisfazione questo dato, positivo per la nazione e quindi per ciascuno di noi, senza tentare goffamente di attribuirsene il merito. Anzi, dovrebbe piuttosto riconoscere di aver sbagliato clamorosamente stime e previsioni, di aver diffuso allarmi ingiustificati, di avere impostato una manovra di bilancio e chiesto sacrifici ai cittadini sulla base di valutazioni rivelatesi del tutto inattendibili, frutto di incompetenza o forse di una deliberata volontà calunniosa nei confronti del Governo precedente
Gli appelli del Presidente Napolitano alla ripresa del dialogo fra gli schieramenti, ai quali Forza Italia si è detta da subito disponibile, presuppongono da parte di tutti un atteggiamento rispettoso della verità storica e degli interlocutori politici.
L’eredità lasciata dal governo di centrodestra è quella di un paese sano e in ripresa, un paese che sotto la guida di Berlusconi ha attraversato senza traumi uno dei cicli economici più difficili della storia moderna, e si è trovato nelle condizioni di intercettare la ripresa, quando l’economia internazionale si è rimessa in moto.
Questo è il bilancio di cinque anni di governo della Casa delle Libertà, che nessuno in buona fede può contestare.
In sé e per sé, la ripresa dell’economia non è solo merito dei governi, ma anche degli italiani, del lavoro, della tenacia, dello spirito di sacrificio di milioni di cittadini, di lavoratori e imprenditori, di artigiani, commercianti, lavoratori autonomi. Complessivamente, di quel "sistema-paese" che ogni governo ha il dovere di aiutare a funzionare, fornendo gli strumenti, le infrastrutture, le regole.
Noi, da liberali, non abbiamo mai preteso di "governare" l’economia. Non ci appartiene l’illusione dirigista, cara alla sinistra, secondo la quale l’intervento del governo determina crescita ed equità. E quindi non ci attribuiamo meriti, se non quello di aver fatto il nostro dovere: limitare le spese, contenere la pressione fiscale, varare le riforme di struttura, come quelle su lavoro e previdenza.
Questa politica, molto difficile da realizzare in anni negativi per l’economia e per la stabilità politica del mondo, ha permesso quei risultati positivi che oggi possiamo verificare. E di fronte a un dato positivo per il paese per noi lo soddisfazione è grande, anche se a governare è un governo di sinistra.
Certo, è ridicolo sostenere, come si tenta di fare, che il governo Prodi abbia qualche merito in tutto questo. Non occorre essere professori di economia per sapere che gli effetti di una politica economica non si avvertono nel corso di giorni o settimane, e che gli effetti di una legge finanziaria riguardano l’anno successivo a quello della sua approvazione. L’anno 2006, in altre parole, è stato quello in cui ha trovato applicazione la finanziaria predisposta dal Ministro Tremonti e approvata dalla maggioranza di centro-destra nel dicembre 2005. La finanziaria approvata in questi giorni, invece, è entrata in vigore il 1°gennaio di quest’anno, e farà sentire i suoi effetti (drammatici) nel corso del 2007.
Di fronte a questo fanno sorridere, o preoccupano, le dichiarazioni del Presidente del Consiglio, secondo il quale "stanno aumentando le entrate, grazie soprattutto alle misure varate con la finanziaria (Repubblica, 4 gennaio, pag. 3)", e quindi entrate in vigore pochi giorni fa. Nella stessa intervista Prodi parla di downgrading del nostro paese da parte delle agenzie di rating, attribuendone la responsabilità al nostro precedente, dimenticandosi che il declassamento dell’Italia da parte delle principali agenzie è avvenuto nei mesi scorsi, di fronte alla loro manovra economica e alla loro legge finanziaria (e forse anche grazie ai dati sbagliati e peggiorativi sullo stato dei nostri conti pubblici diffusi dallo stesso governo).
Queste affermazioni sono gravi, perché non è certo insultando chi ha governato, e governato bene, questo paese che si creeranno le condizioni per un dialogo più sereno fra maggioranza e opposizione. Un governo debole, debolissimo, fortemente minoritario nel paese, sempre più lacerato nel suo interno, reagisce con l’arroganza dei perdenti invece di mostrare un profilo istituzionale dignitoso, sobrio, fattivo.
Le notizie sul calo del fabbisogno stanno già cominciando a creare un nuovo fronte di polemiche e divisioni all’interno della maggioranza, a conferma ancora una volta, se mai ce ne fosse bisogno, del carattere disomogeneo e contraddittorio del loro schieramento. La sinistra radicale parla già di risorse aggiuntive da ridistribuire, e quindi in sostanza di un allargamento della spesa: una spinta che si aggiunge ai contrasti drammatici già in atto su una materia come quella delle pensioni, e in generale su ogni tentativo di compiere scelte politiche sia pure blandamente riformiste.
La delusione di Nicola Rossi, che è uscito dai DS dopo essersi reso conto dell’impossibilità di una politica liberale e riformatrice da parte di questa sinistra in Italia è nello stesso tempo legittima e tardiva, comprensibile nel merito, ma sorprendente da parte di un uomo di grande spessore intellettuale, che ha vissuto da protagonista la storia del maggiore partito della sinistra, e che solo oggi si accorge di quello che diciamo da anni.
Il nostro paese avrebbe bisogno di una sinistra moderna, riformatrice, europea, come quella di Tony Blair, di Segolene Royal, della SPD tedesca: per noi questi sarebbero gli avversari con i quali confrontarsi serenamente e senza drammi. Confronto indispensabile per il funzionamento del sistema democratico e per il compimento di un bipolarismo maturo, di tipo europeo.
Nel centro sinistra italiano vi sono persone consapevoli di quest’esigenza. Ma sono ridotte al silenzio dalla necessità di non turbare gli equilibri di una coalizione fin troppo precaria. Una coalizione di governo, forse l’unica nel mondo democratico, che va a rimorchio di comunisti dichiarati, da ambientalisti irresponsabili, da giustizialisti illiberali.
Eppure Forza Italia non vuole lasciar cadere gli appelli al dialogo del Capo dello Stato. E per questo chiede a quegli interlocutori seri, responsabili, di uscire allo scoperto senza farsi intimidire dalla logica della sopravvivenza di uno schieramento disastrato. Bisogna, perché si possa dialogare seriamente, che vi siano interlocutori della sinistra disposti a dire la verità, sul passato e sul presente. Occorre che facciano sentire la loro voce con chiarezza. Solo partendo dalla verità il dialogo è possibile: il dialogo deve servire al paese, non ai tatticismi della politica. E deve essere incentrato sulle cose concrete. Questo richiede, da parte della sinistra, un profondo cambio di atteggiamento. Verificheremo se ve ne sono le condizioni.
Il nostro senso di responsabilità è grande, ma è orientato all’interesse del paese, il quale ha bisogno di andare avanti su un percorso riformatore, non certo di tornare indietro. È la condizione che poniamo anche di fronte alle ipotesi di riforma della legge elettorale.
Il Presidente del Consiglio ha tenuto la consueta conferenza stampa di fine anno, tracciando un primo bilancio del suo governo. Era tentato di farlo anche Berlusconi, ricordando cosa aveva realizzato il centrodestra, e cos’hanno fatto loro, materia per materia. Il confronto sarebbe stato impietoso. Ma soprattutto sarebbe emerso un fatto: fin qui il principale impegno del governo è quello di smantellare l’impianto riformista posto in essere in cinque anni. È del tutto evidente che fino a quando l’atteggiamento sarà questo il governo non potrà aspettarsi sconti.
Vanno soltanto ricordate, a titolo di esempio, tre materie, quelle riguardanti le tappe fondamentali della vita di ogni persona: la scuola, il lavoro e le pensione.
Tre materie sulle quali il governo Berlusconi era intervenuto con una logica innovativa, varando riforme di ampio respiro che stanno dispiegando risultati molto positivi. E che l’attuale governo sta tentando in ogni modo di bloccare. Forse non ci riuscirà, o ci riuscirà solo in parte, per l’effetto paralizzante delle sue contraddizioni interne.
Ma il danno al paese sarà comunque grave.
Scuola. È stata varata una riforma che dava ai ragazzi una formazione di tipo europeo, flessibile, coordinata con il mondo del lavoro: la alfabetizzazione informatica fin dal primo anno delle elementari, lo studio di due lingue straniere, la personalizzazione e la flessibilità dei piani di studio, il diritto-dovere all’istruzione fino ai 18 anni, l’alternanza scuola-lavoro, l’anticipo scolastico. Non sono progetti, sono dati di fatto dei quali milioni di bambini e di ragazzi già oggi beneficiano. La volontà di sopprimere o di svuotare la riforma Moratti, attraverso deleghe conferite al Ministro, e quindi senza neppure un passaggio in parlamento, pone una grave ipoteca sul futuro dei nostri figli. Si ritorna alla rigidità dei modelli organizzativi, al vecchio obbligo scolastico, si superano gli anticipi nella scuola per l’infanzia, si riduce pericolosamente il numero delle classi. E soprattutto il Ministro in virtù della delega potrà attuare in solitudine, senza un vero confronto parlamentare, la vera controriforma, la riforma degli ordinamenti.
Lavoro. I risultati della legge Biagi sono ben noti a tutti. Il numero totale degli occupati ha superato il record storico dei 23 milioni. La crescita degli occupati riguarda proprio le fasce deboli del mercato del lavoro e il Mezzogiorno. Le donne occupate stanno crescendo di una percentuale più che doppia rispetto agli uomini, gli "anziani" rappresentano quasi la metà degli incrementi occupazionali, la disoccupazione giovanile è crollata, la disoccupazione meridionale è al minimo storico del 10,7%. Gli atti e le intenzioni del Governo Prodi si pongono ora in radicale contrasto con queste riforme nonostante i risultati registrati. Il nuovo Governo ha infatti appesantito il costo del lavoro attraverso l’aumento dei contributi dei lavoratori dipendenti, dei lavoratori autonomi, degli apprendisti e dei collaboratori a progetto. Il Parlamento ha avviato l’esame di un DDL della maggioranza per la riforma del processo del lavoro che incoraggia le liti e penalizza fortemente le imprese. Il ministro del Lavoro ha annunciato di voler restringere notevolmente le possibilità di impiego dei contratti a termine, ha promesso l’irrigidimento dei contratti a tempo parziale e delle forme di out-sourcing che consentono flessibilità organizzativa alle imprese. Si tratta di una vera e propria linea di controriforma che nega il processo di liberalizzazione proprio là dove tutte le istituzioni internazionali lo ritengono più necessario, ovvero nel mercato del lavoro.
La riforma delle pensioni, voluta (sono occorsi più di 2 anni di lavoro parlamentare) dal Governo della Casa delle Libertà per quanto riguarda le previdenza obbligatoria corregge la legge Dini nel suo principale limite: quella di un’età pensionabile per l’anzianità (conseguibile a regime a 57 anni con 35 di versamenti, oppure a qualunque età con 40 anni di contributi) troppa bassa, che ha consentito, nell’arco dell’ultimo decennio, il pensionamento anticipato di 2,5 milioni di cinquantenni (lavoratori dipendenti ed autonomi).
Lo "scalone" (il passaggio da 57 a 60 anni in un solo colpo) realizzerebbe una importante riduzione di spesa, dai 400 mln. di euro nel 2008 ai 9.000 mnl di euro nel 2012 e nel 2013,
Dello "scalone" si dice ora che esso sarebbe un’inaccettabile forzatura. Certo non fa piacere che si sia reso necessario un salto così importante. È bene però aver presente che la scelta è stata in larga misura necessitata. La riforma Dini del 1995 andava pienamente a regime alla fine del 2007. Pertanto, se il Governo Berlusconi avesse deciso di anticipare la correzione dell’età pensionabile sarebbe incorso nelle critiche giustificate di quanti avevano fatto dei programmi di vita fidandosi delle regole indicate da almeno un decennio. Se invece fosse stato assunto l’orientamento di innalzare l’età in modo più graduale dal 2007 in poi non si sarebbero mai conseguiti i risparmi promessi in sede Ue.
Il Governo Prodi non potrà mai salvare la capra del "superamento dello scalone" insieme ai cavoli della salvaguardia dei medesimi risparmi garantiti dalla legge n. 243/2004.
Per compensare il venir meno dei risparmi derivanti dall’abolizione dello "scalone" non sarebbe sufficiente neppure un sistema di incentivi e disincentivi operante a ridosso di un limite ridotto (pari o appena superiore ai classici 57 anni) dell’età pensionabile di anzianità. Peraltro i sindacati sono contrari a qualunque ipotesi di disincentivo.
In verità Prodi (che ha già ceduto di fronte alle richieste dei sindacati e della sinistra radicale, tanto che non parla neppure di disincentivi) la sua controriforma l’ha già fatta, con la medesima logica con cui ha fatto la finanziaria. Ha coperto i possibili minori risparmi derivanti dall’abolizione dello "scalone" con maggiori entrate contributive (5,5 miliardi nel solo 2007) a carico di tutte le categorie del mondo del lavoro: dipendenti, autonomi, atipici e apprendisti.
Non va dimenticata infine la "nazionalizzazione" del TFR, destinata a costituire un elemento di turbativa delle decisioni del lavoratori sul conferimento della loro liquidazione (fondi pensione).
Si potrebbe continuare, per ogni settore. Si potrebbe parlare del blocco di grandi infrastrutture fondamentali per il paese; di una controriforma della giustizia dettata dalla lobby dei magistrati di sinistra; dell’assenza di una politica coerente e responsabile in materia di energia, come quella che noi avevamo varato, garantendo e diversificando le fonti di approvvigionamento; e ancora dei segnali pericolosissimi di lassismo lanciati in materia di immigrazione, o del tentativo di mettere in discussione il concetto stesso di famiglia naturale.
E naturalmente dell’aumento generalizzato punitivo, ampiamente annunciato, della pressione fiscale.
Questo non soltanto è un gesto inutile, come dimostrano i dati apparsi in questi giorni (è noto che una manovra da 15 mld sarebbe stata sufficiente), è soprattutto una scelta grave dal punto di vista dell’economia, che rischia di soffocare la ripresa in corso. È anche un atto emblematico dell’approccio di questa sinistra: mettere le mani nelle tasche dei cittadini, per avere risorse da distribuire a proprio arbitrio. Così da acquistare il consenso di qualcuno, e creare – senza violare le leggi – clientele politiche.
Nella migliore delle ipotesi, si tratta di una mentalità, di una cultura secondo la quale lo Stato, e non i singoli, possono utilizzare al meglio le risorse disponibili. Questo approccio è il contrario del nostro. È quello di uno statalismo vecchio, superatissimo anche dalle sinistre moderne, riformiste, europee. Un approccio che dimostra quando forte sia il condizionamento, non solo numerico, ma anche politico e culturale, della sinistra radicale, di quella sinistra che non si vergogna a definirsi ancora comunista.
Con questa cultura politica, con questa mentalità, opposta alla nostra, il dialogo non è solo difficile, è inutile. Se c’è un’altra sinistra, moderna ed europea, è ora che si faccia sentire.