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Torregiani: a Cesare Battisti chiederei solo perché
TORREGIANI: A CESARE BATTISTI CHIEDEREI SOLO PERCHE'
di Stefano Rottigni

MILANO - Alberto Torregiani, 42 anni, la scena drammatica che vide mentre usciva dalla gioielleria di suo padre, Pierluigi, nel rione Bovisa a Milano, il 16 febbraio di 28 anni fa, ce l'ha ancora negli occhi. Nella sua voce, però, non c'é odio quando commenta la cattura di colui che è stato condannato per l'omicidio del gioielliere.

A incontrare Cesare Battisti, condannato all'ergastolo per l'assassinio di suo padre e di altre tre persone, colpite in città diverse, nel tempo ci ha pensato e, ora che la cosa è possibile in quanto l'ex terrorista è stato arrestato, gli vorrebbe chiedere: "perché è successo tutto questo?". Torregiani ha appreso da poco la notizia che l'ex leader dei Pac (Proletari armati per il comunismo) è stato catturato in Brasile. L'ha accolta con soddisfazione, perché ora "é giusto che paghi tutto, fino in fondo".

 "Lo dico - spiega Torregiani, che, per una beffa del destino, rimase paralizzato alle gambe dall'unico proiettile che suo padre riuscì a sparare nella concitazione e che lo raggiunse alla spina dorsale - perché questa sarebbe la dimostrazione che la giustizia, anche dopo 30 anni, se viene perseguita con tenacia, con determinazione, ha il suo giusto corso. E questo è confortante per me, per i parenti delle altre vittime, per ogni cittadino". Ha qualche timore sul fatto che i tempi per l'estradizione siano lunghi e che l'autorità giudiziaria francese possa temporeggiare, dal momento che la Francia l'ha ospitato per decenni senza concederla. "Sono trent'anni che aspettiamo - spiega - ora deve stare in galera. Non per la persona di Cesare Battisti, ma perché tutti capiscano che, presto o tardi, chi si é macchiato di reati così gravi deve pagare le proprie colpe".

Ed è questa una delle condizioni perché Alberto Torregiani possa pensare al perdono. "Altrimenti - dice -, è una parola inutile da scomodare". Quello che gli ha sempre fatto rabbia è che un latitante, condannato per più omicidi, potesse vivere liberamente in Francia e avere anche la possibilità di diventare un famoso giallista. Anche Torregiani ha scritto un libro, ben diverso. Si intitola "Ero in guerra e non lo sapevo". Racconta la sua verità sull'omicidio di suo padre. Ricorda di come Pierluigi lo adottò, della sparatoria al ristorante Transatlantico, in Porta Venezia in centro a Milano, quando reagendo a un tentativo di rapina il gioielliere uccise un rapinatore. Riscrive anche i titoli dei giornali di quei giorni: 'Sceriffo a Milano', 'Gioielliere sceriffo' erano i più ricorrenti.

E, inesorabile, molto più velocemente della giustizia, arrivò la ritorsione dei Pac. Seguita da un volantino di rivendicazione in cui l'esistenza di suo padre era definita "squallida" e i terroristi comunicavano che vi avevano posto fine. Alberto Torregiani non mostra particolare interesse a incontrare Battisti, ma se ciò dovesse accadere, la sola cosa che vorrebbe chiedergli è: "perché è successo tutto questo? Quale ideologia può portare a uccidere così?".

Qualcuno che quegli anni li ricorda bene è Pietro Forno, a cui si deve l'ordinanza di rinvio a giudizio dei Pac, quando era giudice istruttore a Milano. Forno va con la memoria al clima dell'inchiesta: "uscì anche un libro, scritto dalla madre di un imputato che ci accusava di accanimento e peggio. Ho rispetto per una madre che aveva il figlio in carcere, ma ricordo che la prefazione era firmata da Giorgio Galli, che lo definiva un 'coraggioso pamphlet di critica giudiziaria'. A quell'epoca, molti maitre a penser, che si vorrebbero lucidi e distaccati, persero la testa".