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Dimissioni del governo Prodi

Articoli di giovedì 22 febbraio


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Stefano Folli - Le illusioni perdute, l’orizzonte obbligato - Il Sole 24 Ore.


1. Ora sarà difficile per Prodi ricostruire il castello della sua maggioranza: per quanto proverbiale sia la tenacia del presidente del Consiglio dimissionario, è impossibile non vedere che il centrosinistra è entrato in una crisi molto grave.


2. Va dato atto al premier della coerenza con cui ha preso atto della sconfitta di Palazzo Madama e della tempestività con cui si è recato al Quirinale. Non era obbligato a farlo dalla Costituzione, in quanto il voto del Senato non era vincolante.


3. Ma il passo gli era suggerito dal buon senso politico e dalla dignità. Prodi ha dimostrato di possedere l’uno e l’altra. Del resto, dopo che il suo ministro degli Esteri aveva annunciato che "se la maggioranza non c’è, si va a casa", le vie subordinate erano precluse: Vicenza ha allungato la sua ombra su Palazzo Chigi e ha finito per inghiottirlo.


4. Certo, non è una felice conclusione per un governo che era nato, nel maggio dello scorso anno, con l’obiettivo di cambiare il Paese e che riservava a se stesso l’orizzonte della legislatura.


5. È mancata la passione, il senso di un destino comune: il centro sinistra si è diviso quasi su tutto, dalla politica estera alla famiglia. Con un accanimento autodistruttivo sconcertante. E le misure positive, che pure non sono mancate, sono spesso annegate, almeno agli occhi della opinione pubblica, nel marasma di una coalizione troppo divaricata sulle questioni essenziali.


6. Vedremo adesso le scelte di Napolitano. Diamo pressoché per scontato un nuovo incarico a Prodi e il ritorno alle Camere per il rinnovo della mozione di fiducia. Ma viene da domandarsi: può bastare questo per sanare le ferite di una maggioranza che si è accorta all’improvviso di non esserlo più?


7. Mancano i numeri al Senato. Questo è il dramma politico che nessun premier può risolvere con le forze attuali. Mancano i numeri e la maggioranza è frastagliata al suo interno. Si inneggia al bipolarismo, ma in Italia non esiste ancora un bipolarismo che sia in grado di governare con un minimo di coesione. Il che vale per entrambi i poli presenti in Parlamento.


8. Se il presidente dimissionario riavrà l’incarico, c’è da augurarsi che non si limiti a mettere in piedi un modesto "Prodi bis" cambiando qualche ministro: l’esperienza della Prima Repubblica, da cui nei fatti non ci siamo ancora distaccati, dice che i governi "bis" sono sempre mediocri. Specie quando non sono stati risolti i nodi politici che hanno provocato la crisi.


9. Oggi c’è bisogno di chiarezza. Chiarezza sulle cose da fare e sui punti di un programma che non può essere solo il libro dei sogni, buono per tenere insieme le mille anime di una coalizione comunque non in grado di reggersi.


10. Quel che occorre è un colpo d'ala. Uno sforzo di immaginazione e di fantasia per non far naufragare la legislatura dopo appena nove mesi. Le forze politiche cerchino la strada per una maggiore coesione, così da spingere il bipolarismo verso una fase di maturità.


11. E non crediamo che sia sufficiente strappare un voto di fiducia in Senato per convincersi di aver risolto i problemi: il giorno dopo le questioni insolute sarebbero di nuovo sul tavolo. Prima fra tutte il finanziamento della missione in Afghanistan, per restare alla politica estera.


12. Anche l’ipotesi di un allargamento della base parlamentare va vista all’interno di questa cornice. Occorre prima fissare dei punti programmatici molto chiari, a cominciare dalla riforma della Legge elettorale, per poter stabilire su quali equilibri si fonderà il nuovo governo. Altrimenti non si farà altro che aggiungere contraddizione a contraddizione.


Paolo Guzzanti - L’unica cura sono le elezioni - il Giornale.


1. Adesso bisogna vedere se si va ad elezioni anticipate come vorrebbe la correttezza costituzionale, o se si va ad un governo a maggioranza taroccata. La maggioranza taroccata, o ritoccata, potrebbe essere accettabile se dovesse dar vita a un governo a tempo determinato per rimetter mano alla legge elettorale, probabilmente presieduto da Marini.


2. Oppure, potrebbe essere un imbroglio a geometria variabile per dar vita a un governo, come dice Casini, "di tregua". Starà a Napolitano decidere, ma dipenderà anche dalla determinazione dei leader politici del centrodestra.


3. Il voto del Senato di ieri è stato una sorpresa prodotta da piccole variabili: Andreotti si è astenuto, Cossiga ha votato contro, un paio di senatori della sinistra radicale non se la sono sentita, e alla fine il governo è affogato per due voti, anzi tre.


4. Noi della minoranza non credevamo di poter vedere nel giro di poche ore le facce sorridenti della maggioranza, diventare impietrite. Ma quel che è successo ieri in Senato, un fatto atteso dagli elettori non riguarda soltanto Prodi: riguarda l’intera maggioranza che non c’è e che non c’è mai stata, perché là dentro una sinistra riformista e ragionevole fa a pugni con quella radicale antiamericana, che non vuole stare in Afghanistan, non vuole l’Iraq, non vuole Vicenza, vuole stare dalla parte degli insorgenti islamici, è contro Israele e contro l’Occidente.


5. Prodi ha avuto l’arroganza di mettere in piedi un governo con un tale verme nella sua polpa ed è caduto dall’albero come una mela bacata, anche se adesso tutta la sinistra vorrebbe resuscitarlo. Ma qualsiasi altro primo ministro al suo posto farebbe la stessa fine e dunque, per quanto si possa essere contenti della caduta di Prodi? Sempre che non lo facciano rientrare dalla finestra? Non si può far finta che questa maggioranza esista.


6. Si parla di nuovo anche delle larghe intese che Berlusconi propose e che furono sdegnosamente rifiutate da colui che oggi è salito al Quirinale con la coda tra le gambe, con una partecipazione diretta di Forza Italia e di An: un governo di emergenza se non di salute pubblica per arrivare alle elezioni anticipate fra un paio d’anni.


7. Noi pensiamo però che dal 2001 ciò non sia più possibile: in quell’anno infatti (ricordate la scritta "Berlusconi Presidente" sulla scheda?) si consumò lo strappo costituzionale in grazia del quale gli elettori nominano il Presidente del Consiglio e così è avvenuto anche nell’aprile 2006, brogli a parte.


8. Un ritorno al vecchio sistema sarebbe fatale per la ricostruzione della fiducia nelle istituzioni e costituirebbe un ritorno alla partitocrazia. La gatta da pelare è nelle mani di Napolitano al quale va accordata fiducia. Ma anche lui sa bene che se si vuole coniugare stabilità con libertà, la cura in una democrazia è una sola: le urne.


Ezio Mauro - La fiducia vuota della sinistra radicale - la Repubblica.


1. Tirata per mesi in parlamento e nelle piazze, la corda ideologica dell’estremismo si è infine spezzata, facendo precipitare il governo Prodi e riaprendo a Silvio Berlusconi - sconfitto soltanto un anno fa nelle urne - la prospettiva ravvicinata di ritornare alla guida del Paese.


2. La crisi si apre sulla politica estera, dopo che D’Alema ha spiegato in Senato l’impegno per la pace dell’Italia, il rifiuto della guerra, il valore "politico e civile" della missione Onu in Afghanistan, la impossibilità di un ritiro che ci allontanerebbe dall’Ue, isolandoci.


3. In Italia, dove il presidente del Consiglio è stato presidente della Commissione europea, questo discorso divide la sinistra ed è inaccettabile per la sua frangia più estrema, pronta a votare contro il governo pur di salvarsi l'anima o almeno il pregiudizio.


4. Il risultato è la crisi dopo appena 281 giorni di Prodi a Palazzo Chigi, nemmeno un anno. Una crisi inevitabile perché senza una maggioranza in politica estera non si governa il Paese.


5. Ma qui, secondo quanto rivela l’estremismo radicale, non manca solo la maggioranza: manca una idea stessa dell’Italia, per capire cosa è e cosa deve essere oggi, qual è il suo posto in quella parte del mondo che si chiama Europa e Occidente, se non vogliamo abitarla per caso o per sbaglio, da stranieri in patria, orfani di ideologie sconfitte e pericolose.


6. Ecco perché Prodi ha fatto bene ad annunciare subito dopo il voto, già al telefono, le sue dimissioni al Capo dello Stato, e a non chiedere un rinvio automatico alle Camere per verificare meccanicamente se la maggioranza di centrosinistra c’è ancora oppure no.


7. Da oggi, dirà Napolitano al centrosinistra, la "fiducia vuota" non basta più, perché non garantisce la tenuta di un governo, anzi lo espone a quella "umiliazione" di cui parlava ieri la Cnn nel servizio sull’Italia: occorre un impegno preciso sui passaggi qualificanti, qualcosa che dimostri la capacità per la sinistra italiana di fare governo, di fare maggioranza. Solo così Prodi potrà ripresentarsi alle Camere.


8. Altrimenti, non ci sono le condizioni per andare avanti e la sinistra dovrà passare la mano, gettando al vento in pochi mesi la vittoria elettorale: e per sua esclusiva responsabilità.


9. La crisi di governo certifica con esattezza cosa è la sinistra italiana oggi: un gruppo maggioritario che si fa carico della responsabilità del governare, scegliendo la cultura riformista nei suoi valori e nelle sue obbligazioni. Un gruppo minoritario estremista, che ha demonizzato Berlusconi come fascista ma è pronto a riconsegnargli l’Italia, considera il governo del Paese un vincolo più che una opportunità, ritiene che la piazza debba prevalere sulle istituzioni.


10. Il dramma della sinistra sta alla fine in un paradosso: nelle condizioni attuali senza l’ala radicale non si vince, ma con l’ala radicale non si governa. E tuttavia si dovrà ad un certo punto parlar chiaro davanti ai cittadini, spiegando qual è l’Italia del futuro, che Paese ha in mente la sinistra, come lo vuole veder crescere.


11. Non servono, come è dimostrato, le firme sul programma. Serve una politica condivisa, in pochi punti, che nasca da una idea chiara dell'Italia e della sinistra. Una idea che può ancora, persino oggi, essere migliore di quella della destra, e più utile al Paese.


12. Ad esempio nella partita in atto per la laicità dello Stato, che è la vera battaglia culturale di questa fase per la sinistra. Anche se gli estremisti non lo sanno, prigionieri dell'eterna sfida con gli Usa e con i riformisti: che combattono da soli, come una ossessione.


Ernesto Galli Della Loggia - Lezione di serietà - Corriere della Sera.


1. Nel confuso dibattito sulla politica estera delle ultime settimane, D’Alema ha mostrato la stoffa politica che anche gli avversari gli riconoscono: non ha mai mancato di rivendicare il significato e la coerenza della sua azione alla Farnesina, ha sottolineato la svolta che a suo giudizio quell'azione manifestava rispetto al governo precedente, ha sempre cercato di difenderla dalle pressioni che miravano a spostarla su un terreno più radicale, di rottura più o meno palese con il quadro tradizionale delle nostre alleanze.


2. In questo sforzo quotidiano il nostro ministro degli Esteri ha fatto qualcosa che in Italia non è certo usuale: ha parlato con nettezza, e lo ha fatto ripetutamente.


3. Dando una lezione di quella che si chiama "responsabilità politica", e insieme una lezione altrettanto importante di moralità politica, ha fatto chiaramente capire che in caso di sfiducia al suo operato di sicuro egli non avrebbe potuto restare al suo posto.


4. Ma naturalmente, ascoltando il D’Alema dei giorni passati, nessuno poteva dimenticare la esistenza, accanto al D’Alema statista, di un altro D’Alema: del D’Alema tattico consumato, esperto di assemblee e di giochi di aula, dell’oratore abile a radunare consensi.


5. È stato questo il D’Alema che ha parlato ieri a Palazzo Madama. Alternando con avvedutezza impegni e disimpegni, cautele e toni morbidi da un lato e affermazioni recise dall’altro, usando insomma tutti gli strumenti offertigli dal lessico e dalla dialettica, il ministro si è impegnato nel tentativo di convincere i recalcitranti della maggioranza a non fargli mancare l’appoggio.


6. Sfortunatamente, il suo si è rivelato un tentativo disperato: ha prevalso la coerenza ideologica di un pugno di massimalisti, cocciuta sino all’accecamento, e l’appoggio richiesto è mancato: il Senato non ha approvato la politica estera del governo.


7. Adesso sappiamo che Prodi, dopo aver incontrato il presidente Napolitano e averne ascoltato il consiglio, ha deciso saggiamente di dimettersi. Ma al di là di questa decisione si può pensare - e siamo sicuri che egli per primo in queste ore lo sta pensando - che esista uno specifico caso D'Alema.


8. Chiedergli perentoriamente di non partecipare al prossimo governo ha un sapore maramaldesco che non ci piace; sarebbe quasi rivestire i panni di Shylock.


9. Una cosa sola pensiamo che la opinione pubblica possa chiedere in questo momento a D’Alema: una parola, un gesto, veda lui quale, che comunque non dissipi la lezione di serietà, di impegno e di coerenza, che le sue parole hanno offerto al Paese nelle settimane passate.


Giulio Anselmi - Galleggiare tentazione fatale - La Stampa.


1. Le dimissioni di Prodi sono state una scelta obbligata. Resa necessaria dalla delicatezza del tema, la politica estera, sul quale il governo ha incassato al Senato una sonora sconfitta e drammatizzata dall’introduzione al dibattito pronunciata dal ministro D’Alema: "Se perdiamo, tutti a casa".


2. Ora le fibrillazioni della politica, accentuate dall’effetto sorpresa di una crisi considerata improbabile fino a poche ore prima, accompagnano uno scenario confuso.


3. La sinistra radicale, timorosa di perdere l’ultima occasione di permanenza nei palazzi del potere, sorvola a cuor leggero sugli ultimatum pronunciati a ogni ragion di conflitto, si trattasse dei Dico o della base di Vicenza, per dichiarare che, in fondo, non è accaduto nulla.


4. Una buona parte del centrodestra vede come il fumo negli occhi la prospettiva del Cavaliere reinsediato a Palazzo Chigi, ma non è ancora in grado di insidiarne la leadership. Maggioranza e opposizione valutano l’accaduto con qualche affanno, ma è già evidente che occorre un cambiamento di rotta: non tanto per "coerenza politica, costituzionale ed etica" come ha detto D’Alema con parole subito fatte proprie da Berlusconi, quanto per la forza delle cose.


5. L’Italia produttiva, la Chiesa e l’America appaiono da tempo singolarmente distanti dall’esecutivo, assai indebolito dalla freddezza di questi rapporti, a prescindere dalle sue buone ragioni: si pensi ai diritti delle coppie di fatto o alla gestione dell’alleanza militare a Kabul.


6. È inquietante immaginare che l’attuale maggioranza riprenda la sua strada sulla scorta di un qualche soccorso occasionale, esposta al rischio di un disastro alla prossima curva. Saggiamente, ieri alcuni suoi esponenti non escludevano un prossimo ricorso alle urne.


7. Per poter votare senza esporre l’Italia ai costi e ai traumi di una campagna come quella che ci siamo da poco lasciati alle spalle senza raggiungere l’obiettivo della governabilità, occorrerebbe dotarsi di una buona Legge elettorale: non costruita, come quella lasciata dal centrodestra, allo scopo di rendere instabile il Paese.


8. Ma quale maggioranza l’approverebbe? La logica e l’interesse del sistema farebbero auspicare una intesa tra i maggiori partiti per approvare norme in grado di consentire alla Seconda Repubblica di riprendere il percorso fondato sulla triade alternanza-maggioritario-bipolarismo che tutti (o quasi) propugnano. Sembra però molto difficile disporre dei numeri necessari in Parlamento.


9. Almeno fino a che Berlusconi comanda il centrodestra, appare improbabile un’intesa contro cui insorgerebbero buona parte dei Ds (e un po’ di Margherita). Ci sono perciò fondati motivi per temere che, un po’ per questi problemi e un po’ per il timore di regalare il Paese al Cavaliere (oggi il centrodestra è in significativo vantaggio nei sondaggi), il centrosinistra cerchi di galleggiare il più a lungo possibile, in bilico tra le tentazioni dei suoi leader ansiosi di gestire il dopo-Prodi. Determinante sarà l’atteggiamento di Napolitano.


Editoriale - La crisi di governo blocca la partita Telecom - il Riformista.


1. Telecom-Telefonica come Autostrade-Abertis? Il dubbio che l’assonanza avesse un qualche fondamento, nei giorni scorsi, quando ancora il capillare controllo prodiano nei gangli dell’economia sembrava di là da tramontare, è venuto a molti.


2. Appena insediatosi, a turbare Prodi e il suo governo era stata la fusione-cessione che avrebbe legato, in posizione subalterna, la Ponzano Veneto dei Benetton alla Spagna di Abertis.


3. Nelle settimane scorse, appena alla vigilia della presente crisi, a mettere sul chi va là Prodi è stata l’ipotesi di un altro profondo riassetto, sempre costruito sull’asse Italia-Spagna, e riguardante la rovente partita che si gioca sul futuro di Telecom Italia.


4. La storia è a tutti nota, e vedeva Tronchetti Provera pronto a caldeggiare un robusto ingresso nella contorta catena di comando del colosso iberico Telefonica, che avrebbe consentito allo stesso Tronchetti di sfilarsi parzialmente, senza perdere centralità e senza, soprattutto, vedere l’ingresso in forze di altri soci, italiani e assai più ingombranti.


5. Tra inimicizie ormai consolidate, e ragioni strettamente legate a una vendita meno vantaggiosa, non c’è che da scegliere per trovare le ragioni della freddezza di Tronchetti Provera, rispetto a una ipotesi del genere.


6. Che Prodi preferisse la via dell’italianità bancaria, piuttosto che un socio industriale straniero forte, è parso chiaro appena due giorni fa quando, interrogato dai giornalisti dopo il suo incontro con Zapatero, il premier dimissionario ha sibilato che dell’affaire Telecom-Telefonica non si era neanche parlato.


7. In realtà, se n’era parlato quel tanto che bastava ad ottenere dal collega spagnolo la garanzia che da Madrid non sarebbe arrivata una operazione "ostile", definizione negativa dell’offerta pubblica di acquisto.


8. Arrivato al governo, dopo aver lamentato una carenza informativa e di investimenti da parte dei Benetton, Prodi ha attivato una imponente macchina istituzionale-legislativa, indirettamente supportata dall’attivismo infrastrutturale della nascente Intesa-Sanpaolo, per costruire un vero e proprio cordone sanitario attorno alle concessioni autostradali dei Benetton.


9. Ha così cambiato le regole sulle concessioni in finanziaria e varato un Fondo infrastrutture di fatto ben legato al mondo bancario a lui più vicino, ed oggi, anzi ieri, poteva finalmente dire che il mercato, sull’asse Autostrade-Abertis, è libero di fare il suo corso.


10. Sembrava che Prodi, forte delle debolezze altrui e delle alleanze strategiche che può vantare con i banchieri più liquidi e influenti, da un lato, e con Guido Rossi dall’altro, potesse effettivamente orientare il nuovo corso di Telecom, in modo ben più efficace di quanto maldestramente tentato con il piano Rovati.


11. E invece, a far saltare il banco, sembra arrivare una crisi di governo che nel breve lascia in stand by tutti i movimenti, e sul lungo periodo apre scenari ancora da sondare.


12. La proiezione riguarda certo Telecom, ma più in generale getta luci, e ombre, su tutto un sistema capitalistico in profondo sommovimento. Nel mezzo, ovviamente, sta la partita che il governo ha deciso di gestire e guidare in prima persona e che ancora doveva entrare nel vivo: quella di Alitalia che, per l’ennesima volta, attende di sapere quali mani la guideranno nell’ultima transizione.